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Guerre potabili: acqua e petrolio

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27.03.2026

Ci vuole l’acqua per estrarre il petrolio. Ci vuole l’oceano per portare ovunque l’oro nero. Ma ci vuole l’acqua dissalata del mare per rimanere vivi, soprattutto se intorno hai solo deserto. Ecco: questa in sintesi è tutta la posta in gioco nel Quinto conflitto del Golfo. Ricordiamo i precedenti: guerra Iran-Iraq (1980-88); liberazione del Kuwait a seguito dell’invasione irakena (1991); invasione Usa dell’Iraq (2003-2011); guerra dei dodici giorni di Usa e Israele contro i siti nucleari iraniani (2026); attacco all’Iran da parte di Usa e Israele (in corso). Ora, Donald Trump, ossessionato molto più dalle elezioni di midterm del novembre prossimo, che dall’aver ormai perduto per sempre le speranze del Premio Nobel per la pace, si trova impelagato seriamente nella sua hubris, per cui deve rispondere alla sua base Maga e al resto del mondo di questo mancato blitzkrieg (con l’eliminazione di Alì Khamenei non si è ripetuto il miracolo del defenestramento di Nicolás Maduro in Venezuela), per cui occorre parlare con gli ancora più duri del regime degli ayatollah. Il tutto, sperando che Bibi Netanyahu si sbrighi a chiudere la partita libanese con gli Hezbollah, mettendo al sicuro il Nord di Israele con la creazione (manu militari) di una zona-cuscinetto sufficientemente ampia ai confini con il Libano. Ma l’Iran ha il suo bel tallone d’Achille nella scarsità di acqua dolce di falda per alimentare i bisogni elementari di Teheran e delle altre città assetate, identicamente a quanto accade per i ricchissimi Paesi petroliferi del Golfo, che hanno inaugurato in pieno deserto un bengodi planetario del turismo, fatto di aria condizionata e potenti dissalatori per la fornitura di milioni di metri cubi di acqua dolce alle megalopoli urbane e agli alberghi a cinque stelle.

Così, chi spara per primo ai serbatoi d’acqua vince di sicuro........

© L'Opinione delle Libertà