Il ritorno delle facoltà. Perché l’università italiana deve superare il modello dipartimentale
Negli ultimi quindici anni l’università italiana ha vissuto una trasformazione silenziosa ma profondissima, forse persino più radicale di molte riforme scolastiche o amministrative che hanno occupato il dibattito pubblico. Con la legge 240 del 2010, la cosiddetta riforma Gelmini, il sistema degli atenei è stato progressivamente riorganizzato attorno ai dipartimenti, ridimensionando fino quasi a cancellare il ruolo storico delle facoltà. La scelta venne presentata come un passaggio verso la modernizzazione, la semplificazione amministrativa e l’efficienza gestionale. Si parlò di superamento delle “vecchie baronie”, di razionalizzazione delle strutture e di allineamento ai modelli internazionali.
A distanza di anni, tuttavia, è possibile formulare un giudizio più lucido e meno ideologico. E il bilancio appare assai meno positivo di quanto allora si sostenesse. La soppressione delle facoltà ha prodotto effetti profondamente problematici sulla vita universitaria italiana, generando un sistema spesso più confuso, più centralizzato, meno rappresentativo e persino meno efficiente. È giunto il momento di affermarlo con chiarezza: il ritorno delle facoltà non rappresenterebbe un ritorno nostalgico al passato, ma una necessaria operazione di riequilibrio istituzionale e culturale.
Le facoltà non erano soltanto organismi burocratici. Erano comunità accademiche riconoscibili, luoghi di coordinamento culturale, didattico e scientifico. Costituivano un livello intermedio fondamentale tra il dipartimento e il governo centrale dell’ateneo. La loro abolizione ha spezzato un equilibrio delicato che si era consolidato in decenni di storia universitaria italiana.
La riforma si fondava su una premessa teorica apparentemente condivisibile: concentrare nei dipartimenti le funzioni di ricerca e didattica per creare strutture più snelle e competitive. Ma il problema delle riforme........
