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Le improvvide equiparazioni di Günther Anders

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20.01.2026

Jean Baudrillard è convinto che la peculiarità dell’essere vivente sia di non arrivare al limite delle sue possibilità, mentre l’oggetto tecnico sarebbe in grado al contrario di esaurire tali possibilità, servendo compiutamente per tutto quanto è stato progettato e realizzato. L’esame che Günther Anders conduce della morale comune e delle caratteristiche essenziali del totalitarismo, ivi inclusa quella forma peculiare di totalitarismo che a suo avviso contraddistingue le democrazie occidentali, sembrano prendere le mosse da una simile differenza.

In un breve volume curato da Lisa Pizzighella che raccoglie brevi scritti e conversazioni (Il mondo dopo l’uomo, Tecnica e Violenza, Mimesis editore, Milano 2008), possiamo avere una quadro riassuntivo delle sue convinzioni su questi temi, ma già nel primo volume de L’uomo è antiquato, che può essere considerata come l’opera che meglio riassume la sua filosofia, egli sottolinea come la tecnologia non sia uno strumento neutrale nelle mani dell’uomo, quanto piuttosto uno strumento che è in grado di forgiare l’umanità a suo uso e consumo, mutando radicalmente le forme e le modalità delle sue occupazioni e attività.

Se la filosofia heideggeriana aveva cercato di rendere lo specifico umano centrale nella stessa visione del mondo che l’umanità poteva avere di se stessa, la tecnologia rischia invece di favorire l’insorgere di una visione del mondo in cui l’uomo è marginale a se stesso: non più “pastore dell’essere”, ma strumento tra altri strumenti, ovvero un elemento utilizzatore di un qualcosa d’altro che non è più radicalmente dissimile sotto il profilo metafisico.

In quanto ridotto a strumento che si realizza nella produzione di altri strumenti, l’uomo ne può secondo Anders creare di incontrollabili. Per esempio, nulla possiamo in effetti contro le armi di stermino che abbiamo prodotto, dato che annientare un simile potere di distruzione è praticamente impossibile. Ci troviamo quindi nella condizione paradossale di essere strumenti dei nostri strumenti, che risulterebbero per la prima volta indistruttibili e in grado d’imporci di rigenerarli all’infinito. Gli effetti delle nostre azioni sembrano in questo senso irreversibili: essi “si espandono impassibilmente, proprio come si dilatano sempre di più i cerchi che noi creiamo lanciando un sasso in acqua”. La nostra maledizione, secondo Anders, non consiste più, come fino a poco tempo fa, nel fatto “che siamo condannati ad un’esistenza finita e quindi alla mortalità”, ma consiste al contrario nel fatto “che non possiamo arginare o recidere l’illimitatezza e l’immortalità degli effetti del nostro agire”.

Chi si prepara a compiere eccidi e stragi attraverso l’uso di armi di distruzione di massa dovrebbe essere messo in condizione di non nuocere prima che possa passare all’azione. Questa convinzione sta alla base della sua concezione del pacifismo, che ha influenzato anche diversi filosofi con altre formazioni filosofiche. Anche in virtù della radicalità delle sue posizioni, i libri di Anders sono letti e studiati in diverse università italiane ed europee e il tipo di pacifismo da lui proposto è di solito ben presente e attivo in chi manifesta nelle strade e nelle piazze di molte città occidentali.

Il fatto che oggi molti esseri umani accettino di ucciderne altri come se si trattasse di una mera conseguenza del progresso è per lui il sintomo di una grave ipocrisia, tanto che i veri pacifisti non dovrebbero limitarsi a proclamare i loro principi con delle azioni di protesta, ma passere all’attacco e alle vie di fatto cercando di colpire e sconfiggere i responsabili di guerre destinate a rivelarsi non meno tragiche di quelle provocate prima da Hitler in Europa e........

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