Giordano Bruno, riarso dall’omonimo circa 30 anni fa
Le parole possono essere pietre o pallottole. Spesso lapidano, talora uccidono. Negli anni Novanta, ad esempio, un opinionista invocò piombo di Stato alla nuca di Bettino Craxi. Lo disse da camerata immarcescibile, da secchione in manipulitismo, da killer parolaio? Siffatto sferruzzare in attesa della ghigliottina magari solo per compiacere i nuovi poteri forti ed essere accolto nel salotto boia, pardon, buono? Per piacere alla sinistra, del resto, anche i dannunziani possono calare le brache, sino all’espianto delle proprie radici lessicali, morali e culturali. Passando dal dio Marte al panciafichismo tipico del “boia labbrone”, nonché “mestatore di Dronero” e “intruglio osceno” – così il guerrafondaio ed il protofascista Gabriele D’Annunzio definì il liberale Giovanni Giolitti, reo di preferire il realismo all’avventurismo – i post-gabrielisti denotano impudenza militante, sfiorando l’harakiri psicosomatico. Più che di tradimento, trattasi di blasfemia, giacché il Vate degli italiani non abitò mai in “centro”, navigando sempre faziosamente sui lati estremi dell’estetica e della politica, l’una e l’altra in formato........
