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Quando la sinistra acclamava Khomeini

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20.01.2026

In queste ultime settimane, mentre assistiamo alla sanguinosa escalation di violenza in Iran a causa della invereconda repressione del regime ierocratico iraniano contro i milioni di rivoltosi che manifestano le loro rivendicazioni democratiche, l’intellighenzia della sinistra italiana in generale e di quella radical chic in particolare, denuncia tutta la sua indignazione per le numerose vittime uccise dal criminale Ali Khamenei.

Tutto ciò non può che rincuorare e far piacere ai veri democratici e liberali, tanto più che la sinistra che oggi si indigna è la stessa che durante la rivoluzione islamica del 1979 non faceva altro che lodarne le istanze e appoggiarne l’azione, senza aver mai fatto in seguito alcun mea culpa.

Una posizione politica e culturale che, a distanza di oltre quarant’anni, continua, volente o nolente, a essere rimossa, minimizzata o giustificata come “figlia del suo tempo”, ma che merita invece una denuncia storica netta, perché rivela una contraddizione profonda tra i valori proclamati e le scelte effettivamente compiute.

Oramai è agli atti, è un dato di fatto storico, che negli anni Settanta l’Iran dello Scià Mohammad Reza Pahlavi veniva descritto dalla sinistra italiana, con toni spesso caricaturali, come una dittatura sanguinaria, asservita agli Stati Uniti, simbolo dell’imperialismo occidentale nel Medio Oriente.

Questa lettura, non priva di elementi reali – autoritarismo, repressione politica, ruolo centrale della polizia segreta Savak – fu però trasformata da ampi settori della sinistra italiana in una narrazione ideologica semplificata, funzionale a uno schema manicheo: da un lato l’imperialismo americano e i suoi “fantocci”, dall’altro i popoli oppressi in rivolta.

In questo schema miope, Khomeini e il clero sciita vennero inizialmente........

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