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L’Italia a un bivio energetico: nuovo nucleare o esiziale sudditanza energetica

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25.09.2026

Nei primi anni Sessanta del secolo scorso l’Italia era la protagonista assoluta dello sviluppo dell’energia atomica, primeggiando anche nella ricerca relativa alla sua produzione, cavalcando l’onda dell’innovazione e della rivoluzione scientifica che il nucleare rappresentava e che, d’altronde, il nuovo nucleare tutt’oggi rappresenta.

Grazie all’intuizione e all’impulso di figure del calibro di Felice Ippolito ed Enrico Mattei, il Paese vantava una filiera d’eccellenza scientifica e industriale di primo piano a livello globale.

Con l’entrata in funzione dei reattori di Latina, Garigliano e Trino Vercellese, la Penisola occupava stabilmente il terzo posto mondiale per capacità nucleare installata, garantendosi una fonte fondamentale di indipendenza tecnologica per sostenere il boom economico.

Tuttavia, la parabola dorata subì un primo e drammatico arresto con l’incidente di Cernobyl del 1986 e di conseguenza l’ondata emotiva e la spinta mediatica portarono ai tre referendum abrogativi del novembre 1987, che decretarono l’uscita dell’Italia dall’energia atomica.

Le centrali operative furono gradualmente fermate, incluso l’impianto di Caorso e quello mai attivato di Montalto di Castro, disintegrando un patrimonio di competenze tecniche e industriali senza eguali.

Un secondo tentativo di rilancio, promosso tra il 2008 e il 2009 dal quarto Governo Berlusconi per diversificare il paniere energetico, si scontrò con l’incidente di Fukushima del marzo 2011.

Quindi, nel successivo referendum del giugno 2011, oltre il 94 per cento dei votanti (con un’affluenza superiore al 54 per cento) approvò l’abrogazione delle nuove norme, bloccando definitivamente ogni........

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