Teheran, la resa dei conti e il mondo sospeso
Il 28 febbraio 2026 non è stato soltanto un giorno di guerra: è stato uno spartiacque. L’operazione congiunta tra Stati Uniti e Israele, ribattezzata Ruggito del Leone, ha colpito il cuore del potere iraniano, culminando nell’eliminazione della guida suprema Ali Khamenei. Dopo quasi quarant’anni al vertice della Repubblica Islamica, Khamenei era divenuto il perno attorno al quale ruotavano forze armate, magistratura, politica estera e apparati di sicurezza. La sua scomparsa improvvisa non ha prodotto un vuoto silenzioso, ma un terremoto istituzionale.
Da quel momento, la crisi non si è congelata: si è espansa. Washington e Tel Aviv hanno chiarito che l’operazione non rappresentava un episodio isolato. Nei giorni successivi, una sequenza di attacchi mirati ha continuato a colpire installazioni considerate sensibili: depositi missilistici, centri di comando, infrastrutture legate alla ricerca nucleare. La strategia appare progressiva, calibrata per logorare capacità militari senza scivolare — almeno nelle intenzioni dichiarate — in un’invasione su larga scala. Israele sostiene di agire per neutralizzare una minaccia esistenziale; gli Stati Uniti parlano di deterrenza preventiva.
Teheran, però, non è rimasta immobile. La risposta si è manifestata con strumenti indiretti e distribuiti: missili a medio raggio, droni a lungo raggio contro obiettivi militari, reti energetiche e logistiche. Come evidenziato da vari report, la capacità di proiezione regionale fa parte di un quadro più ampio di resilienza strutturale e influenza strategica, che non può essere letta solo in chiave militare. Al momento sembra che il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica si sia rapidamente attestato come centro decisionale effettivo, assumendo un ruolo dominante nella gestione dell’emergenza e nella transizione politica interna.
Il tentativo di colpire la base britannica di Akrotiri, sull’isola di Cipro, ha rappresentato un salto........
