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Confucio, socialismo e tecnologia: stratificazioni cinesi

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02.09.2026

Ivan Cardillo è giurista e sinologo, presidente dell’Istituto di Diritto Cinese e di ASEIIC – Associazione per lo Sviluppo Economico e Imprenditoriale Italia-Cina. Professore aggiunto a Pechino presso la China University of Political Science and Law ed esperto Cina del CISS della LUISS, collabora con istituzioni europee e cinesi e affianca imprese e investitori nelle strategie e nelle operazioni tra Europa e Cina.

Lei conosce la Cina da una prospettiva privilegiata: quella del giurista e dello studioso, ma anche di chi ha vissuto e lavorato a lungo nel Paese e continua a confrontarsi con istituzioni e imprese. Qual è l’errore più frequente che noi occidentali commettiamo quando cerchiamo di interpretare la Cina? E quanto è importante conoscerne la storia, la cultura e la tradizione giuridica per comprenderne davvero le scelte?

L’errore che vedo più spesso è parlare della Cina come se fosse un blocco unico. Diciamo “la Cina vuole”, “la Cina fa”, “il mercato cinese”, ma dietro queste formule c’è una complessità enorme. Ci sono province con priorità economiche differenti, grandi città che competono tra loro, amministrazioni locali con propri piani di sviluppo, settori industriali con interessi non necessariamente coincidenti e, naturalmente, una pluralità di imprese pubbliche e private.

Per lavorare seriamente con la Cina bisogna quindi saper scendere di livello: capire quale territorio, quale settore, quali attori e quali interessi abbiamo davanti. È una cosa che ho imparato negli anni vivendo e lavorando nel Paese: molto spesso la differenza tra una lettura corretta e una sbagliata nasce proprio dalla capacità di cogliere queste sfumature.

Poi c’è la storia. Noi tendiamo a leggere la Cina attraverso la fotografia dell’oggi, mentre la Cina legge sé stessa attraverso un arco temporale molto più lungo. Certo, esistono i Piani quinquennali, ma dietro c’è una civiltà che ragiona anche sulla continuità, sulla memoria e sulla propria collocazione nel mondo.

Per millenni la società cinese è stata organizzata attraverso il rito, l’etica confuciana, le istituzioni imperiali, ma anche attraverso una forte tradizione amministrativa e giuridica. Negli ultimi centocinquant’anni tutto questo è entrato in contatto con il diritto occidentale, con il socialismo, con il mercato e con la modernizzazione tecnologica. La Cina contemporanea nasce precisamente dall’incontro, e a volte dalla tensione, tra questi elementi.

Se non si conosce questa storia si possono vedere i fenomeni, ma è molto più difficile comprenderne la logica profonda.

Lei ha studiato a lungo proprio questo incontro fra tradizione cinese, diritto occidentale e modernizzazione. Che cosa significa oggi parlare di uno Stato di diritto con caratteristiche cinesi? Possiamo davvero comprenderlo usando soltanto le nostre categorie occidentali?

Io partirei da un punto: il diritto cinese contemporaneo è il risultato di una stratificazione.

Nella cultura giuridica cinese convivono almeno tre grandi elementi: la tradizione giuridica cinese, la modernità giuridica di derivazione prevalentemente occidentale e il pensiero politico socialista. Nessuno di questi tre elementi esiste oggi allo stato puro. Da più di un secolo si contaminano, si reinterpretano e si trasformano reciprocamente.

La Cina ha studiato moltissimo il diritto straniero. Ha importato istituti, codici, categorie e modelli europei, sovietici, americani, giapponesi. Ma non li ha semplicemente copiati: li ha progressivamente adattati al proprio contesto........

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