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Trump e la solitudine del numero primo

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26.06.2026

Una lettura filosofico-geopolitica della potenza irriducibile nello scenario internazionale contemporaneo

LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI: UNA RIFLESSIONE FILOSOFICA

In matematica, un numero primo è un numero naturale maggiore di uno che non può essere diviso esattamente se non per sé stesso e per l’unità. Non è il prodotto di nessun’altra coppia di numeri: non si lascia scomporre, non si lascia spiegare attraverso fattori esterni a sé. Il due, il tre, il cinque, il sette, l’undici: ognuno di essi sta nella sequenza dei numeri come un’isola; vicino agli altri, in relazione con essi attraverso le operazioni dell’aritmetica, ma irriducibile, non derivabile, non componibile.

Questa proprietà puramente formale ha da sempre esercitato un fascino che eccede la matematica e sconfina nel pensiero filosofico. Il numero primo è la cifra stessa della singolarità: ciò che esiste senza poter essere ricondotto a qualcos’altro, ciò che si dà come origine e non come conseguenza. E proprio per questo, i numeri primi nella sequenza naturale si diradano sempre di più man mano che si procede verso l’infinito: restano vicini, a volte vicinissimi − i cosiddetti “primi gemelli”, separati da un solo numero pari, come l’undici e il tredici − ma non si toccano mai. Tra loro c’è sempre, irriducibilmente, un numero composto: un terzo elemento che li separa, li mette in relazione solo per differenza, mai per fusione.

Così graficamente immagina lo scrittore Paolo Giordano, che ha reso celebre nel romanzo “La solitudine dei numeri primi”: due esistenze che si sfiorano, che si riconoscono come affini, ma che restano incontrovertibilmente in una loro prossimità senza contatto pieno, ossia sono sempre separate da uno scarto strutturale che nessuna volontà può colmare. Infatti, non è una solitudine per mancanza di relazione − i numeri primi sono in relazione con tutta la sequenza numerica, la attraversano, la strutturano dall’interno, poiché ogni numero composto altro non è che il prodotto di numeri primi, come insegna il teorema fondamentale dell’aritmetica.

È piuttosto una solitudine costitutiva: il prezzo dell’essere irriducibili, il prezzo di non potersi scomporre senza cessare di essere ciò che si è.

Filosoficamente, questa figura tocca un nervo antico: quello del rapporto tra individualità e relazione, tra autonomia e dipendenza. Da Leibniz, con la sua monade “senza porte né finestre” eppure armonizzata con tutte le altre monadi in un ordine prestabilito, fino a Lévinas, per cui l’alterità dell’altro resta sempre irriducibile al soggetto pur essendo ciò che lo costituisce come istanza etica, la tradizione filosofica ha più volte interrogato questa paradossale condizione: essere sé stessi solo a patto di restare, in fondo, intoccabili nella propria sostanza ultima, pur essendo continuamente in rapporto con il tutto.

È questa duplice condizione − relazione costante e irriducibilità di fondo − che permette di traslare la metafora dal piano aritmetico a quello del potere. Perché se è vero che ogni soggetto politico esiste in un fitto tessuto di alleanze, trattati, dipendenze economiche e militari, è altrettanto vero che alcuni soggetti, oltre una certa soglia di potenza, smettono di potersi “fattorizzare” in un sistema più ampio di cui sarebbero parte alla pari. Restano, come i numeri primi, attraversati da rapporti ma non risolvibili in essi. È qui che la solitudine aritmetica diventa solitudine geopolitica.

I NUMERI PRIMI DELLA GEOPOLITICA CONTEMPORANEA

Se trasportiamo questa figura matematico-filosofica nello spazio della politica internazionale, possiamo........

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