Bruciare per devozione
“L’ecologismo è una religione rassicurante: assolve attribuendo ogni colpa al clima. Nel frattempo, i nostri paesi vengono sommersi e i nostri boschi bruciano”
L’ambiente merita politiche serie. Ciò che riceve è invece una liturgia: dogmi che non ammettono revisione, peccati espiati da altri, indulgenze per chi paga ed eretici espulsi dal dibattito. Quando il “riscaldamento globale” è stato ribattezzato “cambiamento climatico”, il credo è stato reso impermeabile ai fatti: siccità o alluvione, caldo o freddo, tutto lo conferma. Un’ipotesi compatibile con qualsiasi evidenza può essere molte cose. Ma non è scienza. È fede. E la fede ha anche usi terreni.
Il primo consiste nel soffocare la discussione. Nella politica secolare, chi dissente fornisce informazioni. In una religione, chi dissente commette peccato, e al peccatore non si risponde: lo si scomunica come negazionista. Il secondo uso è più redditizio: l’esenzione dalla responsabilità. Se il disastro è provocato dal clima, nessun amministratore ha colpa. La responsabilità non ricade sui funzionari che hanno lasciato le opere incompiute, ma sul destino climatico, una divinità adirata che punisce senza consentire che i suoi sacerdoti siano chiamati a risponderne. È una teodicea amministrativa: quanto più terribile è il dio, tanto più assolto è il funzionario. Sarebbe un errore attribuire ogni colpa ai politici. Come ogni liturgia, anche questa risponde a una nostra domanda. Il rito è visibile, economico e immediato; la gestione è invisibile, costosa e produce risultati lentamente. Pensare è faticoso, credere è comodo. E i politici soddisfano volentieri questa domanda: vietare non costa nulla, ma non costa nulla neppure evitare di ripulire il sottobosco, dragare gli alvei o costruire bacini idrici. La sacralizzazione trasforma la negligenza di bilancio in una virtù teologica: il funzionario evita i costi della manutenzione e, nello stesso tempo, si appropria della........
