Sperperi, ruberie e i silenzi indecenti della razza cafona
Generosi nei soliloqui social, spigliati in conferenze stampa. E muti di fronte alle domande
Spendono e tacciono. Incontrano, trattano, trafficano. Attaccati alla mammella di Stato, Regioni e Comuni, si fanno scudo di leggi, norme e codicilli. Ne auspicano di nuove. Si sollazzano tra agi e lussi. Talvolta, rubano, di solito spandono senza ritegno. Distribuiscono, regalano e tengono qualcosa per loro. Un bando su misura, un appalto senza gara, un pizzo, un extra-bonus, un presente. Alimentano così circuiti, lobby e cosche. Di affari e potere. Poi, quando li beccano, camminano e non parlano. O sussurrano e non dicono. La memoria è labile: «Non mi ricordo», «Dovrei consultare le carte», «Saprete tutto al momento opportuno».
Hanno sempre qualcosa da fare, un impegno urgente. E la sede non è mai quella, ovvero la strada. La fiducia nei giudici «altissima», la risposta rimandata «a un altro momento». Talvolta accompagnata da un lapidario ammonimento: si «informi», «verifichi», «la mia storia parla per me», «sono perbene» e «contro la mafia», «le cose non stanno così». E come? Boh. Sempre peri-patetici. Lo insegna il ceto dominante dei politici ai tg della sera. Se sei impalato a recitare la noticina di giornata, due su tre sei il peone sorteggiato dai maghi della comunicazione o da quelli della disinformazione. Spesso non distinguibili. Se incedi, preceduto da uno stuolo di telecamere, se vai a spasso svelto verso un palazzo, un appuntamento, una seduta parlamentare, sei uno che conta. Bisogna camminare. Non importa la meta. Serve andare. Sempre.
E loro, le seconde file, i sottopancia, come gli alti papaveri, vanno. Guardateli a Report. Che è fatta da giornalisti d’inchiesta. Sottolineatura, sebbene urticante, obbligatoria. Vista la quota di velinari che le domande non le fanno. Scandali, ruberie, indagini giudiziarie, testimonianze e molti punti interrogativi irrisolti sono il pane della trasmissione che a misurarla in chilometri a piedi dei suoi cronisti dovrebbe chiamarsi Record. È tornata due domeniche fa con un nutrito pacchetto di rivelazioni, selfie Meloni-Amico compreso.
A volerla osservare come fosse un film, sarebbe il più bel film muto dall’avvento del sonoro e del colore. Fa vedere scorci di città, avvolte nel caos o angoli nascosti al riparo dal rumore, lascia intuire tenori di vita e stecche sul buon gusto. Rivela dettagli: borse, scarpe, gioielli. Accessori ricercati: l’occhiale intonato alla cravatta che è il massimo del dandismo a spese nostre, il berrettino esclusivo, l’orologio da molti mila. E Suv. Anche in divieto di sosta. Con al volante, solerti guardaspalle, scudi umani presi di sguincio da evitabile notorietà. Bodyguard con smorfia di sussiego che aprono le braccia a descrivere il recinto di intangibilità intorno al notabile o alla notabile di turno. Avvolti in una bolla di rigoroso silenzio.
È il film ininterrotto di questa casta cafona. Supponente. Che convoca conferenze stampa per riempire di vuoto il nulla. Che si parla addosso concedendosi l’unica parola via social. Quando, invece, si tratta di rispondere a semplici domande, si rifugia in un silenzio imbarazzato. Impudente, indecente. Non c’è una norma che imponga di parlare, se perfino un indagato può avvalersi del silenzio. Lo imporrebbe però un’elementare regola etica. L’arte di tacere, come insegna l’abate Dinouart, non sempre è virtù. Perché c’è il mutismo artificioso. Ecco, se usi denaro pubblico e qualcuno te ne chiede conto: rispondi. E ti fermi.
