La lezione del referendum: fra gli italiani e la Costituzione un legame più forte dei partiti
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Alla fine non possiamo che ammettere, ancora una volta, che non ci aveva preso nessuno. Prima ancora di iniziare a votare, avevamo già cantato il de profundis di questo referendum, convinti che alle urne ci sarebbero andati i soliti (pochi) noti, rinnovando la triste litania di ogni chiamata elettorale: la democrazia debole, la disaffezione dei cittadini. E invece il risultato non è solo uno schiaffo alle previsioni, ma anche alla debolezza e all’insipienza dei partiti, e alla miopia di chi pretende di leggere il Paese con lenti sempre troppo inadeguate a intercettare gli umori, e le passioni, reali. Al referendum sulla giustizia ha vinto la Costituzione, e le ragioni di un’affluenza massiccia, imprevista e imprevedibile, le ragioni di un risultato così schiacciante per il fronte del No, non si possono questa volta ricondurre né solo alle istanze dell’opposizione né solo agli errori della maggioranza.
Perché ciò che davvero colpisce non è tanto il risultato in sé – affluenza al 59%, quasi il 54% per il No – quanto la forma singolare in cui si è prodotto: senza una mobilitazione di massa visibile, senza una guida politica riconoscibile, senza una narrazione capace di fare da collante. Il voto è arrivato, robusto e trasversale, attraversando gli schieramenti con una disinvoltura che i partiti non avevano né previsto né incoraggiato. Calamandrei ricordava che la Costituzione non funziona da sola, che ha bisogno ogni giorno di essere rimessa in moto da mani vive. Esiste sempre un momento in cui il meccanismo si affida ai cittadini, un momento in cui nessuna norma scritta può sostituire la scelta umana. Quel momento c’è stato, e i cittadini lo hanno riconosciuto.
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Un risveglio democratico che racconta uno spaccato della società civile molto più complesso degli schieramenti politici di appartenenza. In Italia il rapporto con la Costituzione non è mai stato soltanto giuridico, e sarebbe un errore trattarlo come tale. È qualcosa di più profondo, una fedeltà che si attiva nei passaggi percepiti come davvero decisivi, quando la discussione smette di essere tecnica e si fa sostanziale, quando si tratta di scegliere che Paese si vuole essere. È accaduto nel 2006, è accaduto nel 2016, è accaduto ancora lunedì 23 marzo: senza una campagna capillare, con l’attenzione pubblica attratta da mille altre direzioni.
E il contesto, in questa tornata referendaria, ha contato assai più di quanto sia stato apertamente detto. Un ordine internazionale sempre meno solido, democrazie che riducono progressivamente i propri meccanismi di controllo, la sensazione diffusa che ciò che pareva acquisito per sempre possa non esserlo più. In queste condizioni, il rischio non è tanto l’attacco frontale e dichiarato, quanto la normalizzazione silenziosa del cambiamento, l’idea che tutto sia rinegoziabile, che nessun limite sia davvero definitivo. Il voto va nella direzione opposta. Non come reazione esplicita e consapevole a questo scenario, ma come riflesso, come risposta istintiva di un corpo sociale che sente quando qualcosa di importante è in gioco.
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C’è poi una dimensione che in Italia porta un peso specifico impossibile da comparare con qualunque altro contesto europeo. Mafie e terrorismo hanno ucciso ventotto magistrati, nel nostro Paese, in poco più di trent’anni, tra i ’70 e i ‘90. È una memoria ancora viva nello spazio pubblico, nelle città, nei nomi che intitolano strade e piazze, cippi e anniversari alla memoria. Per questo il modo in cui si parla della magistratura in Italia non è mai neutro: non lo è storicamente, non lo è simbolicamente. In Sicilia il No sfiora il 65%, pur nella bassa affluenza complessiva, a riprova che il prezzo pagato dalla giustizia per il bene comune non è un riferimento astratto o retorico, ma è parte viva e ancora sanguinante della storia recente.
È su questo terreno denso e stratificato che la campagna del Sì ha incontrato il suo limite più profondo. Non tanto per un errore di comunicazione o di strategia, quanto per una percezione che si è andata consolidando nel tempo, resistente a ogni smentita formale. La frase di Giusi Bartolozzi – “togliamoci di mezzo la magistratura” – non ha da sola cambiato il corso della campagna, ma ha dato forma verbale a un’impressione diffusa: che la riforma fosse meno un progetto di riequilibrio istituzionale e più un intervento dentro un conflitto preesistente, con una parte da favorire e una da indebolire.
Quando una riforma viene letta come uno strumento contro qualcuno, perde immediatamente la pretesa di generalità e universalità. E se ciò accade, il consenso si fa fragile persino dentro il campo che dovrebbe per natura sostenerla. Il dato di Forza Italia, con una quota significativa di elettori che ha preferito il No – quasi il 18% – nonostante le indicazioni di partito, va esattamente in questa direzione: non segnala uno spostamento ideologico profondo, però evidenzia una distanza, un disagio, una riserva che non ha trovato voce ufficiale, ma si è espressa nella cabina elettorale.
Il fatto che il volto pubblico del No sia stato un professore, Enrico Grosso, e non un leader politico, rafforza e completa questa lettura. La campagna si è svolta prevalentemente sul terreno dei contenuti e delle ragioni, più che su quello dell’appartenenza e dell’identità, e questo – in una fase di profonda debolezza della rappresentanza partitica – ha finito per rivelarsi un vantaggio inaspettato.
I partiti, appunto, restano sullo sfondo anche nel fronte del No, in posizione scomoda e rivelatrice. Per il centrosinistra, la vittoria è reale ma non del tutto appropriabile, e sarebbe disonesto fingere il contrario. Non l’ha costruita, non l’ha guidata, non ne ha scritto la narrazione. L’ha intercettata, al massimo accompagnata. È una differenza che, nel medio periodo, pesa e interroga. Il Pd è arrivato a questa campagna attraversato da tensioni interne mai del tutto ricomposte. Il M5s, impegnato in una ridefinizione identitaria ancora incompiuta, non ha saputo o voluto fare del No una bandiera riconoscibile. La vittoria è arrivata nonostante queste divisioni, non grazie a una loro ricomposizione. Il che la rende meno solida di quanto i numeri potrebbero far credere, come fondamento per un progetto politico condiviso.
Il governo, dal canto suo, non affronta una crisi immediata, ma raccoglie un segnale che incide sulla percezione che in questi quattro anni aveva costruito di sé. L’idea di una compattezza senza scarti si incrina, introducendo un elemento di incertezza che fino a ieri appariva meno visibile, meno leggibile. Tanto più pesante in un momento storico in cui tutto rema contro: le guerre e le loro conseguenze belliche ed economiche, la crisi energetica, il rischio inflattivo, l’insofferenza del mondo produttivo.
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E allora quell’affluenza alle urne imprevista e imprevedibile si spiega anche così, come risposta a una preoccupazione e a un’insofferenza poco visibili, forse, ma reali. E non dice soltanto che gli italiani hanno votato. Dice che hanno riconosciuto una posta in gioco, che si sono sentiti interpellati da qualcosa che li riguardava davvero. È questo il punto che rimane, quando tutto il resto è stato detto. Non una vittoria di parte, non una sconfitta da archiviare, ma una soglia che, quando viene percepita, attiva qualcosa. La Costituzione, in Italia, non è soltanto una regola del gioco condivisa. È un limite. E quando qualcuno si avvicina a quel limite con troppa disinvoltura, troppa certezza, troppa fretta, gli italiani, a volte senza dirlo, senza organizzarsi, senza nemmeno riconoscersi tra loro come parte di un medesimo gesto collettivo, tornano a tracciarlo. Con una matita, su una scheda verde.
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