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Codice (Sal) Da Vinci, perché il vincitore di Sanremo divide l’Italia e rivendichiamo il giudizio stemperato con il pregiudizio

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03.03.2026

Sal Da Vinci, pseudonimo di Salvatore Michael Sorrentino, ha 56 anni ed è italoamericano

Per approfondire:

Articolo: “Per sempre sì” (ma a cosa?): la vittoria di Sal Da Vinci consola un Paese in cerca di séArticolo: Sal Da Vinci. Fra Napoli e TikTok: "La forza del sentimento"Articolo: Perché Sal Da Vinci ha già vinto il suo Festival di Sanremo: il carisma di un “predicatore” modernoArticolo: ‘Per sempre sì’, di cosa parla la canzone ‘di gruppo’ di Sal Da Vinci e chi l’ha scritta

Roma – In fondo, se in giro se ne parla tanto, un motivo ci sarà. Il più ovvio: la vittoria a Sanremo di Sal Da Vinci divide. Dai tempi di Guelfi e Ghibellini non abbiamo perso il vizio di spaccarci in due per convenienza, piacere o conforto, niente è meglio di un avversario per sentirsi al sicuro. E va bene per una sera, per distrarsi. Ma il fatto che dopo giorni una nazione matura, immersa in un contesto globale agghiacciante, continui ad arroccarsi con Sal o contro Sal, costringe a riflettere su quanto sia enigmatico il suo rapporto con la realtà. Dove per realtà si intende il presente, attualmente un brutto posto, affacciato su un futuro che minaccia di essere anche peggio.

Dentro un precipitare di guerre, dissesti economici e nuove tecnologie tenebrose, siamo qui a interrogarci sul mistero di Salvatore Michael Sorrentino, nato per caso a New York ma napoletano in purezza. Per acclamarlo o per dargli addosso, come se fosse un referendum e dal posizionamento si chiarisse finalmente dove vuole andare l’Italia, cosa abbia nella pancia e nel cervello. E qui non si mette in discussione il talento di un sessantenne dotato di solidità e gavetta, la struttura melodica di una canzone pensata per diventare tormentone al primo ascolto. Nemmeno c’è da eccepire su chi proprio non sopporta il genere e al matrimonio del cugino a Somma Vesuviana quando attacca l’orchestra scappa in bagno.

Approfondisci:

‘Per sempre sì’, di cosa parla la canzone ‘di gruppo’ di Sal Da Vinci e chi l’ha scritta

Possiamo aspettare che si posi la polvere su questa storia di riscatto applaudita o schifata, riesumarla all’Eurovision e poi scordarla. Sarà comunque difficile dimenticare che nel febbraio del 2026 l’Italia non ha trovato argomenti o distrazioni più impellenti di «Per sempre sì». C’è chi ha parlato del colpo di stato più melodico della storia repubblicana, chi di una raffinatissima operazione di ingegneria sociale scorgendo dietro a un «sì» con quel ritmo e quella viralizzazione un ammonimento politico subliminale. E puntuale nel dibattito online il vero protagonista è diventata la città sul golfo, siamo all’abc dell’orgoglio e dell’intolleranza. Un cuore così gli altri se lo scordano. Una sceneggiata napoletana a beneficio del boss delle cerimonie. Anche questo fa parte del mistero e racconta chi siamo meglio dell’Istat. Non vogliamo crescere, proprio non ce la facciamo a uscire dal nostro brutto tinello marron, come ha detto meglio di tutti un astigiano al pianoforte. Pretendiamo emozioni, ma semplici. Rivendichiamo il giudizio stemperato con il pregiudizio. La spaccatura su Da Vinci va oltre la musica.

Sal Da Vinci, pseudonimo di Salvatore Michael Sorrentino, ha 56 anni ed è italoamericano: ha vinto Sanremo 2026

È scontro fra il popolo e la crema, fra sentimento grossolano e nuove tendenze urban. Difende la pretesa di leggerezza mentre fuori c’è la morte che bussa e la tradizione contro i linguaggi globali. Da che parte si sta non importa. Chi esulta per la vittoria di Salvatore non premia lui e la sua canzone ma una sensazione di casa, la melodia rassicurante, l’ordine estetico e sentimentale di un’Italia in cui si stava meglio quando si stava meglio.

Lo scontro fra il popolo e la crema, fra sentimento grossolano e nuove tendenze urban

Chi si scandalizza resta comunque nel tinello marron con le sue idee, perché il mondo là fuori è un casino e Sal Da Vinci il meno peggio tra i nemici. È la Retroutopia di Bauman, l’utopia che non guarda più al futuro ma al passato. Quando il presente è incontrollabile la nostalgia diventa un rifugio, il «noi contro loro» uno scudo contro il caos globale.

 

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