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La God Fiction: usare Dio per giustificare il potere

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19.04.2026

Donald Trump prega con alcuni pastori evangelici per la vittoria contro l'Iran

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Roma, 19 aprile 2026 – Mancava giusto Pulp Fiction, Samuel L. Jackson (mitologico, non c’è che dire) in cravatta e occhiali neri, Ezechiele 25,17 reinterpretato dalla fantasia di Quentin Tarantino: “Il cammino dell’aviatore abbattuto è assediato da ogni parte dalle iniquità degli egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Colpirò con grande vendetta e furiosa ira… amen”.

Pentagono, 16 aprile 2026. A citare Pulp Fiction credendo di citare la Bibbia è il rapace ministro della Guerra Pete Hegseth (per lui la cravatta è rossa, protocollare), nel suo discorso alla memoria di un soldato ucciso in Iran.

Il capo del Pentagono Pete Hegseth e Samuel L. Jackson nei panni del sicario Jules in 'Pulp Fiction'

Non fosse l’ennesima abnormità con cui sacro e profano si mescolano con inquietante forza bruta nel discorso pubblico americano, avremmo potuto derubricare l’episodio a una boutade da avanspettacolo. Ma nel mondo trumpiano il cortocircuito tra palco e realtà è ormai scivolato, irrimediabilmente, dal grottesco al tragico e dunque conviene farci i conti, per capire fino a che punto la spregiudicatezza del potere può ancora usare Dio per giustificare se stesso, perfino nel terzo millennio, perfino nella più grande democrazia del pianeta.

Da Pulp Fiction alla God Fiction è un attimo. E siamo già tutti spettatori, più o meno consapevoli, più o meno........

© Il Giorno