Tra Mladic e Allah
Il 23 gennaio 1995 il Giornale che dirigevo pubblicava l’intervista che il nostro inviato era andato a strappare a Pale, dietro le montagne bianche di Sarajevo, a Radovan Karadi. Il capo dei serbo-bosniaci rideva, si accarezzava la chioma, scherzava sulla sua parrucchiera, una croata cattolica di nome Ljudica, offriva all’Italia la Dalmazia in cambio del riconoscimento e diceva una frase sola che contava: «Con i musulmani vivere è impossibile». Il giorno prima quello stesso giornale aveva chiamato Ratko Mladi il boia dei Balcani. Sei mesi dopo arrivò Srebrenica: ottomila musulmani bosniaci ammazzati a freddo in tre giorni.
Mladi è morto giovedì all’Aja, a 84 anni, con addosso un ergastolo per genocidio confermato in appello nel 2021. Karadi, il poeta con la chioma, sconta l’ergastolo dal 2019. Munira Subai, che parla per le Madri di Srebrenica, ha commentato: «Oggi è morto un grande criminale di guerra, il criminale dei Balcani». Ne ha tutto il diritto: chi ha perso un figlio in quelle tre giornate può dire anche di peggio.
Fin qui siamo tutti d’accordo. E quando siamo tutti d’accordo io comincio a insospettirmi.
La notizia vera non è la morte di un vecchio malato. È che la Serbia gli farà funerali «con tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto», parola del ministro della Giustizia Nenad Vuji. E il presidente Aleksandar Vui, l’uomo con cui l’Europa tratta ogni santo giorno, si è indignato non per il genocidio ma perché all’Aja non hanno lasciato che il generale morisse a casa sua: «Non capisco........
