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I costituenti Pci volevano carriere divise

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L'ex ministro socialista Rino Formica in una fase delicata della nostra vita politico-istituzionale regalò ai posteri una dichiarazione destinata a diventare storica: "Qui è come mettere la m... nel ventilatore". È il caso di dire che anche in questa sorta di lotta per la civiltà giuridica e sociale che si gioca tra le fazioni del Sì e del No, di escrementi ne sono girati e ne girano non pochi.

I grandi Costituenti comunisti erano tendenzialmente a favore della separazione delle carriere. "Questione di indipendenza dall'esterno e anche dall'interno", sosteneva il Costituente del Pci Renzo Laconi, nell'evidenziare i rischi insiti nella disciplina dell'ordinamento giudiziario.

Per quanto attiene poi agli aspetti penalistici, "la civiltà di un popolo - diceva il grande avvocato Carnelutti - si misura dal suo processo penale perché incide sul sistema delle libertà". Il protagonismo eccessivo di non pochi pubblici ministeri, con inchieste messe in piedi per cercare a tutti i costi un responsabile (Gratteri docet...), senza partire da una precisa notizia di reato, ha determinato una grave alterazione dell'azione penale: numerose inchieste con arresti, anche eccellenti, partite da semplici ideazioni dei pm, senza prove fino ai processi e senza che su queste indagini fossero intervenuti giudici ad aprire finestre di giurisdizione.

Anzi, le misure cautelari e le limitazioni delle libertà degli indagati sono state spesso usate come strumenti per indurre i malcapitati a patteggiare o confessare qualcosa che non avevano fatto. Lo sa bene Antonio Di Pietro, che per fortuna si è poi ravveduto.

La tanto sbandierata norma di cui all'art. 358, che fa carico al pm di ricercare anche le prove a favore anche dell'indagato, di fatto è rimasta quasi lettera morta.

Tutto questo non sarebbe potuto succedere con la separazione delle carriere, delle funzioni e dei "mestieri".

separazione delle carriere

riforma della giustizia

partito comunista italiano

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