Sinistra svelata con due parole del suo Pisapia
La dimostrazione che la politica non è una scienza esatta. E nemmeno la sua comunicazione, checché ne dicano i loro professionisti. Perché l'arma più letale precipitata sul campo largo (e confuso) del "No" al referendum, non è stata sganciata dai tanti comitati nati per difendere la riforma Nordio della giustizia, ma da uno dei più illustri e stimati esponenti del campo progressista. Quel Giuliano Pisapia, venerato alfiere prima rosso e poi arancione che confessando al bravo cronista del Giornale Luca Fazzo la sua intenzione di votare "Sì", ha seminato il panico nelle tetragone certezze della sinistra. Non tanto insinuando il dubbio che forse la separazione delle carriere e l'azzeramento delle correnti politicizzate potrebbe far bene alla giustizia e quindi agli italiani, ma incrinando l'ossessione stalinista di utilizzare questo voto come un ariete con cui abbattere il governo Meloni. Perché nel mare di insulti rivolti a Pisapia che sono andati dai peggiori haters del web a illustri esponenti del Pd impegnati nelle più alte istituzioni, nessuno si è permesso di contestare all'illustre penalista, figlio di Gian Domenico che fu grande giurista e tra i padri nobili del Codice di procedura penale, la benché minima obiezione sulla sostanza della questione. Temendo evidentemente una gelante replica. Pisapia è stato accusato di connivenza con il nemico, collaborazionismo con il governo Meloni, alto tradimento della santa missione dell'assalto a Palazzo Chigi. Trasformando il suo "Sì" nella miglior dichiarazione che il re, anzi la sinistra, è nuda.
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