Nouvelle Vague: Linklater omaggia e incanta Ars et Labor: Donzelli e il precariato (borghese)
Si può raccontare un film, un’epoca, una sintassi cinematografica rivoluzionaria, un regista, come Jean-Luc Godard, che ha cambiato la percezione dello sguardo, delle cose, del modo di raccontare, tronfio e scostante, geniale quasi sempre? E a maggior ragione: lo può fare un regista americano, come Richard Linklater, pur dotato di una sensibilità vicina al sentir europeo e di una intelligenza narrativa brillante, se stiamo parlando della Francia e dell’Europa fiondati verso il decennio d’oro degli anni Sessanta? Il rischio è il compitino biografico, il metalinguismo spicciolo, il film nel film che racconta la nascita di un capolavoro fondamentale facendosi inevitabilmente piccino, piccino, la noiosa ricostruzione banale, compreso l’uso del bianco e nero. E invece no. Tutt’altro. E quando a Cannes, proprio in casa francese, il film ha visto la sua epifania, il timore di molti, se non di tutti, si è stemperato in una appassionata, divertente e perspicace visione sulla ricostruzione di un mondo che cambiava e di quegli artisti che ne stavano diventando gli artefici, da Truffaut, a Chabrol e ovviamente soprattutto Godard. Che cos’è dunque “Nouvelle vague” (titolo del film di Linklater, ma anche nome di tutto il movimento cinematografico dell’epoca) che ricorda la genesi e la lavorazione di quel “Fino all’ultimo respiro”, film fondamentale della storia del cinema, scintilla di un cambiamento al pari di “Quarto potere” o di “2001”? È inizialmente un affettuoso omaggio: cosa è stata la Nouvelle vague, come e perché ha cambiato la storia del cinema, come ha modificato la sua percezione. Ma non solo. Un riassunto didattico, mai nostalgico: come fu girato uno dei capolavori storici e soprattutto capace di indicare un confine tra un prima e un dopo. Ma non solo. Un lavoro mimetico: com’erano, anche fisicamente, gli artisti che dettero vita al film, a cominciare dallo stesso Godard. Ma non solo. Da un regista intelligente che ha sempre fatto, come detto, film intelligenti, un’opera che brilla e diverte, si sofferma sulle questioni etiche ed estetiche, riassumendole tra uno sberleffo, una provocazione, un sorriso, una battuta. La leggerezza, la bravura di Richard Linklater è quella di entrare nel cuore del cinema, del set, del suo farsi e disfarsi, affrancandosi sempre con la propria passione. Poteva cadere nella trappola agiografica, nello sterile ricordo, nella pesantezza illustrativa: invece regna una lievità sorprendente, un rispetto che nega la caricatura, una ricostruzione d’epoca dove regna la voglia di cambiamento, fino all’ultimo respiro, appunto. Era facile sbagliare, cadere, anche solo scivolare, invece “Nouvelle vague” è un gioiello. Interpreti perfetti, a cominciare da Guillaume Marbeck (Godard), occhiali da sole compresi. Voto: 8.
ARS ET LABOR - Valérie Donzelli è una regista francese, che si muove con una rispettabile sensibilità negli ambienti borghesi, a cominciare dal suo film più famoso: “La guerra è dichiarata” (2011). Ora con “La mattina scrivo", traduzione di "À pied d’œuvre” (“Al lavoro”, nel senso di un impegno a migliorarlo), tratto da una storia vera, racconta di un rilevante fotografo (Paul, un malinconico Bastien Bouillon), separato con due figli, che decide di smettere con gli scatti e affidarsi alla scrittura. I suoi romanzi, tuttavia, pur apprezzati dalla critica, non trovano una risposta adeguata nelle vendite. E pertanto inizia un percorso di regresso economico, dalla perdita della casa all’accettazione di lavoretti saltuari possibilmente poco retribuiti, perché all’asta del precariato vince chi domanda meno soldi. Nel frattempo cerca di continuare a scrivere un ulteriore romanzo, che però alla fine viene bocciato anche dall’editore. Donzelli descrive una marginalità (borghese) sofferente, con uno stile asciutto e pratico, mostrando come la società occidentale viva ormai sullo sfruttamento della mano d’opera. Sa toccare corde espressive con buona emotività, soprattutto nell’ultimo dialogo telefonico tra il Paul e il figlio in Canada, che è commovente. E alla fine dimostra che un romanziere sa farsi apprezzare se esplora direttamente la realtà che racconta, e non la inventa in salotto. Voto: 7.
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