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Santanchè, orgoglio e pregiudizio. Le dimissioni della ministra

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25.03.2026

“Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”. La resistenza, la trattativa, le telefonate. E Giorgia Meloni che friggeva

Alla fine si è dimessa. Lo ha fatto in serata, quando i palazzi si svuotano e le notizie cadono nel momento giusto per non fare troppo rumore. Lo ha fatto dopo una trattativa – perché anche le dimissioni, in Italia, si negoziano – e dopo aver tenuto il governo in stallo per ore, in un conflitto tra “orgoglio” e “pregiudizio”, in quello che probabilmente resterà come uno degli episodi più intricati della storia recente di Fratelli d’Italia: una ministra che resiste, che non obbedisce, che costringe il presidente del Consiglio ad “auspicare” pubblicamente quello che avrebbe dovuto ottenere con una telefonata. Ma anche una ministra che dice “perché devo pagare io la sconfitta refendaria?” e poi in una lettera pubblica rivolta al capo del governo aggiunge: “Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”. Daniela Santanchè si è dimessa. Ma lo ha fatto a modo suo. La condizione, pare, è la ricandidatura. Una garanzia, un’assicurazione sul futuro, qualcosa che le consenta di uscire dal governo senza uscire dalla politica, una forma di immunità per i guai giudiziari. Chi le è vicino lo dice con la soddisfazione di chi ha strappato un buon contratto. Chi le è lontano, e dentro Fratelli d’Italia ce ne sono molti in queste ore, scrolla le spalle e dice che le promesse fatte nel momento del bisogno hanno la consistenza della nebbia di marzo. “Vedremo”, dicono. E nel “vedremo” c’è tutto.

In un tripudio di “vado avanti” e “mi sfiducino pure”, mormorato al telefono o consegnato alle chat con gli amici lunedì sera, in un rosario di........

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