Il Papa e l'ayatollah: la sacra (e strana) alleanza
Il padre della Rivoluzione respinse chi gli chiedeva di tagliare i ponti con Roma, capendo che un’intesa “sui valori” conveniva alla causa. Per la Santa Sede, il disarmo nucleare è un imperativo per tutti. E deve avvenire con il dialogo e la trasparenza. Non con le bombe
Non aver paura di dire regime change
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Il medio oriente chiama, l'Ucraina risponde
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“Con le forze di terra, il regime iraniano è spacciato”. Parla il generale israeliano Eiland
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Isolare l'asse del terrore si può
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Una condanna esplicita della Santa Sede all’attacco americano e israeliano contro l’Iran, magari proprio alla fine d’un Angelus quaresimale, non sarebbe stata impossibile, confinata nelle ipotesi assurde o irreali. Certo, sarebbe stata possibile con i toni consueti della diplomazia che cerca incontri e non scontri, che – come si dice oggigiorno – crea ponti e non muri. Ma insomma, non era un’ipotesi da scartare. Forse anche per questo gli attivissimi cattolici liberal d’oltreoceano assicuravano, mentre i missili cadevano sull’Iran, che il Papa sarebbe stato chiaro nel mettere alla berlina Donald Trump e, chissà, pure la bolsa retorica hegsethiana. Che non fosse una ipotesi da scartare lo dimostrano anche le parole tutt’altro che prudenti uscite dalla bocca di Mohammad Hossein Mokhtari, ambasciatore di Teheran presso la Santa Sede, che poche ore dopo lo sbriciolamento del compound in cui viveva e comandava Ali Khamenei, diceva di aspettarsi “fermamente che che le autorità vaticane, in particolare Sua Santità Papa Leone XIV, condannino questa chiara aggressione sulla base degli insegnamenti religiosi e richiamino ufficialmente i loro costanti appelli alla promozione della pace e della giustizia nel mondo e alla lotta contro la violenza, che costituiscono l’antico messaggio dei profeti e dei testi sacri”. Mokhtari non è uno di quelli che si diverte ad azionare le gru cui vengono appesi ogni anno migliaia di giovani rei di detestare il regime poliziesco dei pasdaran e la repressione morale degli ayatollah. Non è un pasdaran dei più fanatici (ammesso che esistano pasdaran “moderati”). E’ un mite professore, un cattedratico che poco più di un anno fa mandava in stampa – traducendolo in italiano – uno “Studio comparativo dell’invocazione nell’islam e nel cristianesimo”. Non un catalogo di fatwa contro i diavoli occidentali, dunque. Libro che aveva donato a Papa Francesco e al segretario di stato Parolin: “L’ho voluto pubblicare alla vigilia del Giubileo, anno del perdono. I due terzi del contenuto sono citazioni della Bibbia e di commentatori cristiani”. Niente di straordinario: con l’Iran, prima Persia e poi Repubblica islamica, la Santa Sede ha sempre avuto rapporti improntati alla grande cordialità. Proprio Mokhtari diceva ad Avvenire che “con la Rivoluzione del 1979 certi integralisti avrebbero voluto che si interrompessero le relazioni con la Santa Sede. La guida suprema Khomeini si è opposto. Anzi, come mi ha confidato il primo ambasciatore della Repubblica islamica, Sayyid Hadi Khosrowshahi, era lo stesso Khomeini a inviargli messaggi da recapitare al Santo Padre: erano messaggi di pace e di invito alla convivenza con i cristiani”. Che poi fosse la nota ambiguità di Khomeini, che predicava pace nei salotti parigini e studiava come azionare la forca una volta cacciato lo scià, poco cambia. In questi giorni è circolata la foto dell’udienza che Papa Francesco concesse ad Alireza Arafi, per due giorni o poco più Guida suprema ad interim: molta indignazione........
