Colori di libertà. L'opera di Esteban Vicente
La fuga dalla Spagna della Guerra civile e l’incontro con l’avanguardia newyorkese. Due mondi in mostra a Roma
E' inutile, il museo come cassa di risonanza per lo sdegno non funziona
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La Guerra civile, la fucilazione. García Lorca e la Spagna, 89 anni di mistero e immortalità
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Terra e libertà. Due culture, due continenti, due visioni dell’arte in raffronto perenne. Tra questi due poli si aggomitola la pittura e la scultura di Esteban Vicente, spagnolo della sierra e della meseta, cioè dell’archetipo castizo della Spagna. Al contempo, maestro dell’avanguardia newyorkese, dell’espressionismo astratto, della Action Painting statunitense.
La terra è, dunque, quella della Castiglia “pura e dura”, di castelli, mura fortificate e paesi antichi come Turégano, in provincia di Segovia, dove Esteban Vicente nacque il 20 gennaio 1903. Terre di sombrías soledades, per dirla con Antonio Machado che ai Campos de Castilla dedicò versi indimenticabili. Di solitudini oscure e stoppie riarse nell’abbacinare dell’estate. Ma anche di “sole d’inverno”. La cui luce biancheggia di gelo “su rami scheletrici e pietre verdognole” d’acqua. Un orizzonte di cieli vasti, altopiani aridi e città règie e conventuali che si stagliano sullo sfondo, sbrilluccicando cupole ardite al tramonto. E’ la Spagna ascetica dei dipinti di Zurbarán, di El Greco, di Goya. Degli scritti “scalzi” di Santa Teresa d’Avila o di San Juan de la Cruz. Del paradosso di Don Chisciotte che insegue utopie e si scontra con la realtà. Eroe di cause perse e trionfi ideali.
E’ questo il paesaggio interiore che Vicente porta con sé quando nel 1936, all’inizio della Guerra civile, lascia la Spagna per gli Stati Uniti. Non fu propriamente un esilio, sebbene l’artista fosse legato alla Seconda repubblica fino al punto di rappresentarla come viceconsole a Filadelfia, in Pennsylvania, fino al 1939, quando la guerra di Spagna terminò con la vittoria dei nazionalisti e l’instaurazione della dittatura. L’America si rivelò una scelta lungimirante sul piano estetico. Certo, non sarà mancato l’appoggio della moglie nativa di Brooklyn, Estelle Charney, conosciuta a Parigi alla fine degli anni Venti e sposata a Barcellona nel 1935. Fu il primo di tre matrimoni, tutti con donne americane, che accompagnarono la vita del pittore castigliano negli States. L’artista non tornò più in Spagna, se non per brevi soggiorni e sempre dopo la morte del Caudillo Francisco Franco, avvenuta nel 1975. Come Picasso, non volle allestire mostre personali né partecipare a esposizioni collettive finché il dittatore fu in vita.
Esteban Vicente aveva conosciuto Pablo Picasso nel 1929 a Parigi, in quell’ambiente cosmopolita di fervori artistici che fu la École de Paris. Ma, a differenza di Picasso, la sua notorietà in Spagna fu limitata dalla “scelta americana”. Fin quasi agli anni Novanta del secolo scorso, al di fuori di circoli qualificati e di gallerie specializzate come quella di Elvira González a Madrid, Vicente rimase un perfetto sconosciuto in Spagna. Figuriamoci........
