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Dieci padri da ricordare: fondarono l'America delle libertà

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16.02.2026

Coraggiosi generali e instancabili aiutanti, raffinati intellettuali e talentuosi scrittori. Santificati o dimenticati. Chi sono gli uomini che hanno contribuito a un esperimento rivoluzionario Le parole di Benjamin Franklin, perfette per l’èra trumpiana e i raid dell’Ice: “Chi baratta la libertà con la sicurezza non merita né libertà né sicurezza”

Non sperate (per ora) nell'America delle libertà

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Venerare il capo è storia vecchia, ma nel corso dei secoli ha cambiato forma

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Il grande cinema, l'America e la libertà

Il grande cinema, l'America e la libertà

Era il 1776. Esattamente 250 anni fa un gruppo di proprietari terrieri – bianchi e maschi, si sottolineerebbe oggi per non cadere in tranelli – prese le idee illuministe, ci aggiunse un po’ di recupero classicista greco-romano e una sana dose di individualismo. Nacque così l’esperimento americano. In un momento in cui le potenze europee si spartivano il resto del mondo, tredici colonie al di là dell’Atlantico decidevano di staccarsi dal re “tiranno” Giorgio III e di diventare indipendenti. L’idea, in un mondo di monarchie, era creare una repubblica virtuosa, con poco potere centrale e molte libertà individuali, soprattutto di pensiero e di parola, e un sistema educativo che permettesse ai cittadini di saper stare lontani dalle trappole dispotiche. E’ servita la violenza, è servito impugnare le armi, allearsi con la Francia per liberarsi dal giogo inglese, dalle tasse ingiustificate e dai freni al libero pensiero. C’è chi non la chiama rivoluzione, perché non c’è stato uno stravolgimento di classi sociali, e in certi libri di scuola la si etichetta solo come “guerra d’indipendenza”. Ma a prescindere dai termini, le azioni di due secoli e mezzo fa hanno portato alla creazione di una nazione indipendente, al sovvertimento di un sistema e alla fondazione di un’ideologia di cui ancora sentiamo l’eco, per quanto costantemente minata.

Come diceva il barbone interpretato da Joe Pesci al personaggio di Gore Vidal, un professore, nel film With Honors, “i nostri padri fondatori erano dei fattori pomposi di mezza età, ma erano anche grandi uomini, perché sapevano quello che tutti i grandi uomini sanno: e cioè che non sapevano tutto. Non si vedevano come leader. Volevano un governo di cittadini, non di monarchi. Un governo di ascoltatori, non di conferenzieri”, con un presidente che è “un servitore del popolo”. Anche se la storia la fanno i popoli – o almeno così diceva Salvador Allende – non bisogna dimenticare alcuni individui che hanno messo in pratica le loro idee, con la spada, la penna e il coraggio, e anche qualche inganno. Sono in gran parte persone che, per quanto mitologizzate, leggevano il greco e il latino, scrivevano pamphlet, credevano nelle idee e nell’ottimismo per realizzarle, una classe dirigente da sogno di cui si sente la mancanza. E per quanto oggi si cerchi di ridimensionarle, nemmeno i critici più feroci ci riescono davvero, e non potendo affondarne le idee, si limitano ad attaccarne le statue.

George Washington, il generale che non voleva essere re

Non si può che cominciare da lui. Ragazzino amante della natura, spinto dalla famiglia a fare carriera nella marina, suo malgrado diventa il primo presidente e poi, dopo la morte, viene elevato a semi-divinità (nella rotonda del Campidoglio c’è l’affresco con la sua “apoteosi”). E’ stato il braccio della rivolta, lo stratega, il militare prestato alla causa repubblicana. Arrabbiato per come era stato trattato dagli inglesi nel loro esercito coloniale, cittadino di serie B perché nato in Virginia e non a Londra, si unisce ai gruppi che volevano cacciare il re. Nominato all’unanimità al secondo congresso delle colonie a Philadelphia, nel 1975, prende la guida della milizia americana che arriverà a circa 45 mila uomini. Scelto anche per motivi politici, perché il suo provenire dal sud avrebbe coinvolto di più i ribelli meridionali, fu anche per la sua compostezza, modestia e fermezza – ci dicono i testimoni – che ottenne il voto di tutti i delegati. A spada tratta guidò le offensive contro le giubbe rosse per i successivi cinque anni, fino alla vittoria. Secondo Jefferson non era un grande stratega sul campo, e spesso lasciava che i suoi sottoposti decidessero per lui.

Ma tutti concordano sul fatto che riuscì abilmente a tenere insieme un esercito rattoppato, fatto di privati cittadini, di bottegai, di immigrati, di agricoltori, di nativi, di afroamericani, di liberti, di gente così filo-democratica che voleva eleggere i propri generali per i singoli battaglioni. Washington tenne in piedi un esercito che rifiutava la disciplina classica dell’organizzazione militare, mantenendo viva la fiamma anti-britannica. Così come era stato scelto generale, cacciati gli inglesi verrà eletto presidente dai delegati, giurando in una cerimonia a Wall Street, a 57 anni. Dopo due mandati tutti lo pregheranno di restare, anche a tempo indeterminato. Ma, anti-monarchico fino alla fine, torna nella sua tenuta di Mount Vernon a occuparsi di piante e cavalli. Agli scolaretti fino a poco tempo fa veniva insegnato che non mentiva mai e che aveva denti di legno – in realtà portava una dentiera di osso di ippopotamo e avorio. Il suo volto è quello sulle banconote da un dollaro, le più usate negli strip club e nell’elemosina. E’ l’unico presidente a non aver mai dormito alla Casa Bianca.

Thomas Paine, il pamphlettista

Le rivoluzioni sono state fatte grazie ai pamphlet. E quella americana deve molto a Thomas Paine, che scrisse Common sense e lo sparse tra i coloni aizzandoli all’indipendenza. Nato in Inghilterra da una famiglia di quaccheri e anglicani, di Paine si è perso il peso che ha avuto all’alba del 1776. Se Jefferson è Hegel, Paine è Kant. La sua vita nel Norfolk era un continuo fallimento. Due brevi matrimoni andati male, nessun lavoro decente – il padre provò a inserirlo nella fabbricazione di corsetti – indebitato… Tutto andava per il peggio, finché a Londra non incontrò Benjamin Franklin, che gli disse: vai a trovare fortuna in America. Un’America che........

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