L'Iran è la crisi che mette alla prova Pechino
Wang Yi chiama Mosca, Parigi e Teheran. Un test di credibilità per le piattaforme create da Xi Jinping come l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, e per la sua sicurezza energetica. La guerra nel Golfo è anche un capitolo dello scontro strategico tra Washington e Pechino, con la visita di Trump a fine marzo a rischio
Ieri il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, quarantotto ore dopo l’inizio delle operazioni di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la risposta del regime diffusa contro il Golfo, ha parlato al telefono con il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, poi con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, e infine con il capo della diplomazia omanita Sayyid Badr bin Hamad Al Busaidi. Il giorno prima, Wang aveva parlato con il suo omologo russo, Sergei Lavrov. Pechino lavora al suo consueto valzer diplomatico, ma da questa crisi ha molto da perdere.
Al telefono con Lavrov, l’altro ieri, Wang è stato esplicito nella posizione ufficiale della Cina sul conflitto: per la Repubblica popolare attaccare uno “stato sovrano senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite” minerebbe le fondamenta della pace “stabilite dopo la Seconda guerra mondiale”, e così si rischia “la regressione mondiale alla legge della giungla”. Nel mondo occidentale, Pechino sceglie di parlare con la Francia, e con toni più moderati: Wang avrebbe espresso “l’auspicio che la Francia mantenga una posizione obiettiva e imparziale, rimanga calma e razionale e collabori con la Cina per........
