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Artigianato o industria. Il dilemma dei brand

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05.03.2026

Oltre a firmare il nuovo protocollo sugli Its, il sistema della moda italiana dovrebbe tagliare il nodo gordiano che la avviluppa in un racconto poco sincero, e alla lunga poco utile, sulla propria natura, e cogliere l’occasione per dare a questi corsi programmi che non formino solo tecnici, ma creativi

Mentre a Parigi proseguono le sfilate e Jonathan Anderson ed Anthony Vaccarello si qualificano come i due giganti di questa stagione (dicono che la ceo di Gucci, Francesca Bellettini, avrebbe voluto lui, con cui già aveva fatto faville in Saint Laurent, a capo del brand fiorentino, in luogo di Demna, ma è chiaro che la griffe francese possa permettersi scelte creative che a quella italiana, a cui spetta fatturare en gros per il gruppo Kering, non sono consentite), in Italia le due Confindustrie della Moda, inclusi cioè gli accessori, hanno siglato con il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara un nuovo protocollo di intesa per gli ITS “volto a rafforzare”, copio il comunicato, “il raccordo tra sistema educativo e filiera produttiva della moda, al fine di valorizzare i talenti, sostenere l’orientamento e favorire l’occupabilità dei giovani, in un’ottica di scuola aperta al territorio, dialogo intergenerazionale e cittadinanza attiva”.

Tre righe che vorrebbero dire tutto e niente, non fosse che, in effetti, rispetto al primo protocollo del 2021 e a tutte le iniziative di scambio e test con il mondo del lavoro promosso da Altagamma (“Adotta una scuola”) e le Confindustrie della moda ancora separate che forse farebbero bene a riunirsi come negli anni felici della loro fondazione, epoca governo Renzi, le iscrizioni agli ITS di sono aumentate, e così agli istituti tecnici di primo grado, mentre quelle ai licei e in particolare al classico, diminuite in modo drastico. Il nuovo protocollo assume anche una dimensione internazionale, dichiaratamente con azioni volte a favorire la formazione in loco di giovani provenienti da paesi extra-Ue, premessa alla possibilità di successivo inserimento nel mercato del lavoro italiano che è oggettivamente un’ottima cosa, sostenuta anche da esperienze di buon successo condotte lo scorso anno in Egitto e in Brasile. Eppure, non sono sicura di essere soddisfatta. Non ne sono certa perché – partiamo dai percorsi di carriera creativi e non tecnici, ci arriveremo a breve - le collezioni dei designer di ultimissima generazione e degli studenti italiani, certo non tutti ma diciamo in proporzione massiccia, denunciano in modo sfacciato, come fosse un’etichetta, una tecnica mediocre e vabbé........

© Il Foglio