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Il Rembrandt e i Michelangelo ritrovati. Quello che la critica sbaglia, la ricerca corregge

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03.03.2026

Due notizie nell’arco di pochi giorni rimettono in discussione secoli di storia dell’arte. Così ci ricordano quanto sia fragile il giudizio degli esperti e quanto siano importanti la tecnologia e la pazienza di sfogliare gli archivi, unendo idealmente metodo Stanislavskij e criminologia

Una tela dimenticata in una collezione privata per sessant'anni. Un busto di marmo che nessuno guardava davvero da quattro secoli. E una stanza segreta con serrature multiple, da qualche parte a Roma. Non è un nuovo romanzo di Dan Brown, ma solo perché la realtà è sempre più intrigante della fantasia. Due notizie nell'arco di pochi giorni hanno rimesso in discussione secoli di storia dell'arte. La prima arriva da Amsterdam, dove i tecnici del Rijksmuseum hanno puntato i loro macchinari su una tela dimenticata in una collezione privata. La risposta è arrivata inequivocabile: “La Visione di Zaccaria nel Tempio”, olio datato 1633, è un Rembrandt autentico, declassato per errore nel 1960 da un critico autorevole e da allora “scomparso”, almeno agi occhi del grande pubblico. La seconda arriva da Roma, dove una ricercatrice indipendente, Valentina Salerno, ha concluso nove anni di lavoro negli archivi italiani ed europei con una tesi che riscrive gli ultimi giorni di Michelangelo: il maestro rinascimentale non bruciò la sua collezione privata, ma nascose tutto, affidando disegni, bozzetti e sculture a una rete di amici e allievi fidati, con un piano costruito a compartimenti stagni, degno di un film di spionaggio. Il risultato sono venti opere finora di attribuzione incerta che tornano nell'orbita del Buonarroti.

Una coincidenza, certo. Ma anche il segno di qualcosa che sta cambiando nel modo in cui la storia dell'arte fa i conti con se stessa. Quello che sembrava perduto non lo era: era solo fuori dalla nostra capacità di vedere. A volte servono i raggi X. Altre occorre un metodo mutuato dalla criminologia (o dalla drammaturgia, come lo Stanislavskij, sostiene Salerno) e la pazienza di sfogliare tra atti notarili cinquecenteschi cercando di unire i puntini. In entrambi i casi, il problema non era trovare le opere. Era sapere dove guardare.

Ma facciamo un passo indietro. Perché quella dei grandi disconoscimenti è anche una storia di umiliazioni accademiche. Nel 1983 il Getty Museum di Los Angeles acquistò per quasi dieci milioni di dollari un kouros greco che poi si rivelò (molto probabilmente) un falso moderno anche se decine di esperti lo avevano ritenuto autentico. Non solo: prima dell'acquisto, il........

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