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La trappola dei due estremismi: perché il linguaggio sta uccidendo il dibattito

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15.09.2026

Duemilacinquecento anni fa, un discepolo chiese a Confucio quale fosse la prima cosa che avrebbe fatto una volta ricevuto un incarico di governo. "Ridare ai nomi il loro vero significato", rispose il maestro. Sembra una battuta buona per un post sui social. È, in realtà, la diagnosi più precisa del nostro presente.

Vale per chi ribattezza per decreto luoghi geografici che hanno un nome da secoli e vale altrettanto per chi si perde in un’infinita tassonomia di neopronomi mentre il dibattito pubblico affoga. È il punto da cui parte Guido Vitiello nel suo “Il Bi e il Ba” sul Foglio, che richiama esplicitamente la dottrina confuciana della rettificazione dei nomi, lo zhengming: se le parole non corrispondono più alla realtà, scriveva Confucio, gli affari pubblici non giungono a compimento. Sono due facce dello stesso disprezzo per il legame tra parola e realtà, applicate da campi politici opposti con identica disinvoltura.

C’è un secondo testo, di Jamie Paul, che aiuta a capire come funziona questa erosione nel concreto e riguarda parole che toccano da vicino chi si occupa di diritti LGBTI. Prendiamo “grooming”: nato per descrivere l’adescamento sessuale di un minore da parte di un adulto, oggi viene usato dalla destra populista come arma generica contro le persone gay e trans in quanto tali, contro chiunque insegni educazione affettiva a scuola. Un’accusa gravissima, svuotata fino a colpire indiscriminatamente.

Ma Paul non risparmia l’altro campo: certa sinistra ha applicato la stessa parola a qualunque differenza d’età tra adulti consenzienti,........

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