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L’urgenza politica di recuperare l’eredità radicale

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16.02.2026

Febbraio 1956: un gruppo di intellettuali si riuniva a Roma nel primo convegno nazionale di un nuovo partito che non espresse mai un governo, eppure cambiò l’Italia, il Partito Radicale dei democratici e dei liberali italiani, come si chiamava inizialmente. Settant'anni dopo, mentre assistiamo a derive autoritarie e resurrezione di nazionalismi e imperialismi, quella "follia" minoritaria appare più lungimirante del "realismo" maggioritario.

L'Italia del 1956 era dominata dai due partiti di massa: la Democrazia Cristiana governava e il Partito Comunista rappresentava l'opposizione. In questo scenario, la nascita del Partito Radicale rappresentò la scelta di costruire uno spazio politico nuovo, fedele ai valori liberali e laici.

Mario Pannunzio, direttore del settimanale "Il Mondo" (fondato nel 1949), cercava un luogo dove quegli ideali potessero esprimersi pienamente. Con lui, figure straordinarie della cultura antifascista liberale: Ernesto Rossi, economista ed ex-prigioniero a Ventotene dove aveva collaborato al Manifesto federalista con Spinelli; Nicolò Carandini, diplomatico e intellettuale di formazione liberale che portava nel progetto la sua esperienza internazionale; e tanti altri.

Non volevano un partito di massa, ma un laboratorio di idee. Il loro manifesto si articolava su quattro pilastri ancora oggi attuali.

Primo: laicità radicale. La sfera pubblica completamente sottratta all'influenza confessionale. Rivoluzionario nell'Italia democristiana.

Secondo: europeismo federalista. L'Europa come progetto politico di libertà, non semplice mercato. Un'alternativa sia al modello sovietico che all'egemonia americana. Per gli intellettuali del Mondo, l'Europa era definizione culturale e spirituale prima che economica.

Terzo: Stato di diritto. Libertà di stampa e rispetto rigoroso delle garanzie costituzionali.

Quarto: antinazionalismo. L'internazionalismo liberale contro ogni chiusura autarchica, rifiutando sia le nostalgie fasciste che i nazionalismi di sinistra.

"Il Mondo" raggiungeva 40.000 copie settimanali, influenzando però un'élite vasta: professori, magistrati, funzionari, giornalisti. Era la tribuna dell'Italia che pensava.

Se il Partito Radicale era il contenitore, "Il Mondo" (1949-1966) era il cuore pulsante. Una scuola di pensiero dove la politica era battaglia culturale, non tattica elettorale. Contava cambiare le mentalità, formare le coscienze.

Le campagne restano memorabili: abolire i Patti Lateranensi integrati nella Costituzione, le inchieste sulle collusioni DC-Vaticano, sul malaffare democristiano e, già, sul finanziamento illegale ai partiti. Ma fu sull'Europa che l'eredità appare più profetica, con la la battaglia per la Comunità Europea di Difesa, vista come passo verso l'unità politica. 

Ernesto Rossi, economista di formazione azionista, portò avanti sulle pagine del Mondo una visione federalista radicale: l'integrazione europea come antidoto al capitalismo clientelare italiano, al sistema delle partecipazioni statali, alle collusioni tra politica e grande industria. Per Rossi, l'Europa unita significava mercato libero ma anche controllo democratico sovranazionale.

Nicolò Carandini portava la sua esperienza diplomatica e la convinzione che il federalismo europeo fosse necessità storica, superamento degli Stati-nazione ottocenteschi che avevano prodotto due guerre mondiali.

Negli anni '60, Marco Pannella trasformò quel laboratorio élitario. Portò nelle piazze ciò che Pannunzio aveva teorizzato nei salotti. Il metodo si arricchì - alla cultura si aggiunse la mobilitazione nonviolenta gandhiana - ma la sostanza restò: difesa della libertà individuale contro ogni autoritarismo.

Le battaglie furono decisive: divorzio, aborto, obiezione di coscienza, depenalizzazione droghe leggere, abolizione finanziamento pubblico ai partiti.

Sull'approccio liberale ed élitario di Pannunzio - Stato di diritto, europeismo visionario, laicità - s'innestò quello libertario e popolare di Pannella: diritti individuali, democrazia diretta, partecipazione. Pannunzio aveva insegnato che la politica è cultura, che le battaglie si vincono cambiando le menti. Pannella insegnò che serviva anche mobilitazione nonviolenta, che i diritti si conquistano lottando.

Settant'anni dopo, ricordare l'eredità radicale non è nostalgia, ma urgenza politica.

I sovranismi sono tornati, promettendo protezione attraverso chiusure nazionali. Serve recuperare l'europeismo visionario del Mondo: l'Europa come progetto di libertà. L'alternativa non è tra più o meno Europa, ma tra federalismo politico o disgregazione che ci porrà alla mercé di imperialismi aggressivi.

Le pressioni confessionali trovano nuove sponde politiche. La battaglia per la laicità resta più urgente che mai. La politica si è ridotta a slogan sui social, tattica elettorale e sondaggi. Pannunzio e Pannella ci ricordano che è battaglia culturale e partecipazione.

Mario Pannunzio morì nel 1968, due anni dopo la chiusura de "Il Mondo". Non vide le vittorie sui diritti civili che il Partito Radicale di Pannella avrebbe conquistato. Eppure le sue battaglie culturali avevano seminato. Lo Stato di diritto aveva messo radici, l'europeismo aveva conquistato generazioni.

Settant’anni dopo quel primo congresso, le idee del Partito Radicale sono drammaticamente attuali. Più di allora, forse. Perché oggi sono necessarie per la sopravvivenza della democrazia liberale.

L'eredità di Pannunzio ci insegna che le minoranze determinate possono cambiare la storia. Ma solo se sanno unirsi, solo se privilegiano i valori comuni rispetto alle divisioni tattiche.

La democrazia liberale non si difende con la nostalgia, ma con la politica. E allora non si tratta qui di celebrare un anniversario. Si tratta di chiedersi: abbiamo ancora la capacità di pensare la politica come cultura e mobilitazione nonviolenta? Abbiamo il coraggio di fare propria un’eredità, di di costruire quello spazio politico liberale che Pannunzio e i suoi avevano teorizzato, una cultura politica condivisa dalle forze tutte liberali capace di contrastare i populismi?

La risposta a queste domande darà forma all’Italia, e all’Europa, dei prossimi settant’anni.

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