L’urgenza politica di recuperare l’eredità radicale
Febbraio 1956: un gruppo di intellettuali si riuniva a Roma nel primo convegno nazionale di un nuovo partito che non espresse mai un governo, eppure cambiò l’Italia, il Partito Radicale dei democratici e dei liberali italiani, come si chiamava inizialmente. Settant'anni dopo, mentre assistiamo a derive autoritarie e resurrezione di nazionalismi e imperialismi, quella "follia" minoritaria appare più lungimirante del "realismo" maggioritario.
L'Italia del 1956 era dominata dai due partiti di massa: la Democrazia Cristiana governava e il Partito Comunista rappresentava l'opposizione. In questo scenario, la nascita del Partito Radicale rappresentò la scelta di costruire uno spazio politico nuovo, fedele ai valori liberali e laici.
Mario Pannunzio, direttore del settimanale "Il Mondo" (fondato nel 1949), cercava un luogo dove quegli ideali potessero esprimersi pienamente. Con lui, figure straordinarie della cultura antifascista liberale: Ernesto Rossi, economista ed ex-prigioniero a Ventotene dove aveva collaborato al Manifesto federalista con Spinelli; Nicolò Carandini, diplomatico e intellettuale di formazione liberale che portava nel progetto la sua esperienza internazionale; e tanti altri.
Non volevano un partito di massa, ma un laboratorio di idee. Il loro manifesto si articolava su quattro pilastri ancora oggi attuali.
Primo: laicità radicale. La sfera pubblica completamente sottratta all'influenza confessionale. Rivoluzionario nell'Italia democristiana.
Secondo: europeismo federalista. L'Europa come progetto politico di libertà, non semplice mercato.........
