menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Il woke in Italia: un problema di metodo, non di etichette

9 0
07.09.2026

Il 9 agosto 2026, ospite di This Week su ABC, Alexandria Ocasio-Cortez ride e cita un consigliere comunale di New York: "Woke 1 was crazy". Non corregge il conduttore Jonathan Karl quando questi ripete la frase, e aggiunge solo che conta valutare cosa dicono i candidati oggi, non cosa dicevano nel 2020.

Ci vogliono quindici giorni affinché quella battuta attraversi l'Atlantico. Il 15 agosto Repubblica titola "Usa, dietrofront a sinistra: 'Il woke è una follia, puntiamo sull'economia'", attribuendo direttamente ad AOC parole che aveva solo citato da altri e omettendo il riferimento specifico a "Woke 1". Anna Paola Concia ha giustamente accusato Repubblica di incoerenza per aver trattato con sospetto, per anni, chi sollevava dubbi sul tema. Mentre, come ha notato Linkiesta, questa imprecisione di traduzione ha innescato una polemica culturale "tutta italiana".

Il 22 agosto Giuseppe Conte rilancia con una lettera su Repubblica: la sinistra, scrive, non può fare giustizia con il woke, perché il vero nemico sono le diseguaglianze. Matteo Renzi e Italia Viva applaudono, parlando di "ubriacatura woke". Sul fronte opposto, Angelo Bonelli (AVS) liquida il tema come fenomeno "tipicamente americano" che "non c'entra nulla con l'Italia", mentre Elisabetta Piccolotti (AVS) nega che nel nostro Paese sia mai esistita una cancel culture organizzata.  Europa, dal canto suo, ha domandato quale legge italiana possa essere ricondotta alla cultura woke, indicando per contrasto i diritti che ancora mancano.

Due schieramenti, un solo difetto comune: nessuno definisce di cosa sta parlando.

Tra gli intellettuali, alcuni hanno colto un punto reale. Maurizio Ferrera, sul Corriere, propone un "universalismo differenziato" che tiene insieme disuguaglianza materiale, discriminazione e autodeterminazione individuale, riconoscendo comunque il rischio — segnalato da Conte — che le politiche di riconoscimento generino nuovi conformismi e intolleranza verso il dissenso. Alessandro De Nicola, su La Stampa, offre la critica liberale più netta: il woke radicale sostituisce l'individuo con la tribù (razza, genere, orientamento come destino), il merito con le quote, la libertà........

© HuffPost