Einaudi, voto alternativo e Stabilicum: la riforma elettorale che manca all'Italia
Il 1° ottobre la Camera ha respinto per 229 voti a 151 le pregiudiziali di costituzionalità sulla nuova legge elettorale, e il governo metterà la fiducia sui primi tre articoli. Marco Taradash, su Linkiesta, l'ha battezzata «legge fuffa»: la legge truffa del 1953 aveva un vincitore designato, la Dc; questa non garantisce nemmeno quello. Ma se la fuffa rischia di diventare legge, allora dobbiamo occuparcene.
Partiamo da ciò che non piacerà ai critici: il premio, con ogni probabilità, regge. Settanta deputati e trentacinque senatori a chi supera il 42% in entrambe le Camere, tetto a 220 e 113. La Consulta demolì nel 2014 il premio senza soglia (sentenza 1/2014), poi nel 2017 giudicò non irragionevole il 40% dell'Italicum, che portava al 55% dei seggi (sentenza 35/2017). Il 42% sta un filo sopra. Chi spera che i giudici fermino il premio può mettersi comodo.
Il Senato è un altro discorso. L'art. 57 lo vuole eletto «a base regionale»; il premio si decide su scala nazionale e i 35 seggi vengono poi spalmati sulle regioni con listini circoscrizionali. Nel 2014 la Corte aveva già bocciato i premi regionali al Senato, perché una somma di premi può rovesciare il risultato. Se c'è un punto in cui la legge scricchiola, è questo.
Poi le preferenze, tornate dopo trentaquattro anni: tre crocette su sei nomi stampati, sotto un capolista bloccato. Nel 2014 Giorgia Meloni chiedeva alla Camera di toglierlo dall'Italicum; oggi lo scrive in legge. Pd, FdI e in parte il M5S eleggeranno qualcuno con le preferenze; gli altri quasi solo i capilista. Taradash parla di «foglia di fico» e critica anche le pluricandidature fino a cinque collegi. Giuridicamente, però, la maggioranza è meno scoperta di quanto si dica: nel 2017 la Corte lasciò in piedi il capolista bloccato con le preferenze accanto, e........
