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25 anni fa la mia personale “Odissea nello spazio”

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Il 19 aprile 2001, in un pomeriggio assolato in Florida, lo Space Shuttle Endeavour lasciava la rampa del Kennedy Space Center per dare inizio alla missione STS-100, uno dei primi tasselli nella costruzione della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Dopo poco più di otto minuti di volo, i motori si spensero e mi ritrovai in orbita, a circa 400 chilometri dalla Terra.

Davanti ai miei occhi si apriva uno spettacolo difficile da descrivere: da un lato il nero assoluto dello spazio, dall’altro il blu profondo dell’Oceano Pacifico, interrotto solo dal bianco brillante delle nuvole.

In quel momento era inevitabile pensare a “2001: Odissea nello spazio”, il capolavoro di Stanley Kubrick. Anche io stavo viaggiando verso una stazione orbitante, nello stesso anno evocato dal film. Ma la realtà era molto diversa: nessuna elegante struttura rotante, bensì un cantiere in piena attività, fatto di moduli, pannelli solari e antenne.

La ISS era allora agli inizi e aveva appena raggiunto la configurazione minima per accogliere i primi equipaggi permanenti. Il compito principale della missione era installare il Canadarm2, il braccio robotico canadese fondamentale per proseguire la costruzione della stazione. Furono necessarie due “passeggiate spaziali” per assemblarlo e renderlo operativo. Parallelamente, furono trasferite quasi quattro tonnellate di rifornimenti e strumenti scientifici grazie al modulo logistico italiano Raffaello, al suo volo inaugurale nello spazio.

Entrare nella ISS fu un momento carico di significato. Ero il primo astronauta europeo a salire a bordo e avvertivo tutta la responsabilità – e l’orgoglio – di quel ruolo. Percorrendo il tunnel verso il modulo Destiny, ebbi la sensazione di attraversare un confine temporale: dalla tecnologia dello Space Shuttle, figlia degli anni ’70, a quella digitale della stazione, fatta di computer portatili e sistemi interconnessi.

Proprio il “cervello” della ISS fu al centro di una situazione critica, in un curioso parallelo con “HAL 9000”, protagonista del film di Kubrick. Durante l’aggiornamento software necessario per integrare il Canadarm2, il sistema andò in blocco. Sia il computer principale sia quello di backup smisero di funzionare, compromettendo funzioni essenziali come l’orientamento dei pannelli solari e le comunicazioni. Per quasi 24 ore lavorammo senza sosta per sostituirli e riavviare il sistema. Fu una vera emergenza, la nostra piccola odissea tecnologica.

Tra i momenti più emozionanti ricordo la conversazione del 25 aprile con il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Portavo con me il gagliardetto della Presidenza, ma l’emozione giocò un brutto scherzo: lo mostrai fluttuare in assenza di peso dimenticando di attivare il microfono. Per alcuni secondi rimasi “muto nello spazio”, prima di accorgermene.

Anche il rientro non fu privo di imprevisti. Fummo costretti ad anticipare la partenza dalla ISS per consentire l’arrivo del primo turista spaziale, Dennis Tito, in volo a bordo di una Soyuz. Come se non bastasse, il maltempo in Florida ci dirottò verso la base di Edwards, in California.

All’alba del 1° maggio 2001, Endeavour atterrò perfettamente su una pista ricavata nel letto asciutto di un antico lago. Il ritorno alla gravità terrestre fu sorprendentemente difficile: ogni movimento risultava pesante, quasi innaturale. Dopo due settimane trascorse a fluttuare in assenza di peso, anche camminare diventava una piccola sfida.

Avevo orbitato centinaia di volte intorno alla Terra, percorrendo oltre otto milioni di chilometri. Ma più di ogni dato, mi accompagnava un’immagine: il nostro pianeta visto dallo spazio, un’oasi colorata di straordinaria bellezza che, nel suo fragile equilibrio, continua – silenziosa – a custodire tutta l’umanità.

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