Michelangelo e quelle parole sulla bellezza per Tommaso de’ Cavalieri
Negli ultimi giorni una recente ipotesi di attribuzione ha riacceso l’attenzione su uno dei rapporti più intensi e discussi del Rinascimento: quello tra Michelangelo e Tommaso de’ Cavalieri. Secondo una ricercatrice il busto del Cristo Salvatore conservato nella Basilica di Sant’Agnese fuori le mura potrebbe essere opera del Buonarroti e il volto della scultura potrebbe essere stato modellato su quello del giovane patrizio romano, quasi che i suoi tratti fossero stati prestati all’immagine sacra.
L’incontro a Roma, intorno al 1532, con il Cavalieri diede origine a una philia intellettuale e ad un legame affettivo speciale e profondissimo: il giovane diviene interlocutore privilegiato e, al tempo stesso, figura nella quale sembravano convergere un ideale di bellezza e una tensione verso la perfezione. Dalle testimonianze dei contemporanei e di alcuni biografi, che pongono il suo nome tra quello dei più cari amici del maestro, sappiamo che il raffinato cultore d’antichità che si dilettava d’arte avesse ispirato e possedesse opere di Michelangelo (come il disegno ora perduto Il Ratto di Ganimede) e che con lui aveva imbastito un fitto carteggio.
Questo rapporto intimo ed esclusivo trova la sua espressione più potente proprio nei disegni e nei sonetti del Buonarroti di cui il Cavalieri è destinatario. In essi l’amore emerge imperioso quale forza capace di elevare l’anima attraverso la contemplazione della Bellezza. È chiara la penetrazione nell’opera michelangiolesca del platonismo assorbito dall’artista nella luminosa Firenze laurenziana. Dobbiamo immaginare Michelangelo, sin dal 1484, quando viene affidato dal padre alla tutela del Magnifico, ascoltare filosofi e poeti parlare d’amore e di Dio nei giardini di San Marco. I Medici incoraggiano il recupero del pensiero di Platone che investe la Bellezza del potere di condurre alla perfezione dell’intelletto, al Bene e a Dio. E da Marsilio Ficino e Angelo Poliziano Michelangelo apprende la lezione dell’amore che “isveglia e desta e ’mpenna l’ale”. Il platonismo rinascimentale predica lo iato tra il mondo sovraceleste, e il mondo terreno, tra eidos ed eidolon, e l’amore, mistica liason che porta la Terra al Cielo e l’uomo a Dio.
Questa è l’eredità culturale che il giovane Michelangelo raccoglie ed esibisce creando. È il Berni ad esempio ad attestare che le sue Rime sono composte “tutte nel mezzo di Platone”. La nostalgia del cielo è la cifra del platonismo michelangiolesco che vede nella vita un esilio, una perdita d’ali e l’amore è platonicamente una via privilegiata di ritorno a Dio, scala coeli, sentimento di elevazione spirituale nella contemplazione della persona amata. Nell’esperienza erotica la bellezza si fa instrumentum ‘sciogliendo’ l’anima dalle corporali catene e sollevandola gradualmente dalla contemplazione delle bellezze corporali, effimere e caduche al Bello e al Bene. Proprio dell’amore l’artista ci offre una definizione filosofica assai sofisticata che esplicita il debito culturale nei confronti della teologia dell’eros ficiniana. In “Quanta dolcezza al cor per gli occhi porta” Michelangelo antropomorfizza Amore e con lui tesse un dialogo. Amore dissipa i dubbi dell’innamorato rivelando la sua natura: “amore è un concetto di bellezza / immaginata o vista dentro al core, / amica di virtute e gentilezza”; e’ una definizione filosoficamente complessa in grado però di evocare fortemente immagini e sentenze ficiniane e laurenziane e quindi palesare nei confronti di quelle una evidente figliolanza spirituale.
Il sonetto “Dimmi di grazia , se gli occhi miei” è ancora un’ erudita conversazione tra l’ amante e Amore che lo aiuta a discernere il Bello dalle bellezze sensibili. In “Del fiero colpo e del pungente strale” è invece un messo d’Amore ad incoraggiare gli affanni amorosi del poeta cui raccomanda di abbandonarsi alle dolcezze di Amore perché, solo, permette di trascendere il mondo e la vita di quaggiù. Ma è un’altra confidenza o rivelazione del nuntio amoris che ci offre l’occasione di cogliere l’originale profondità di pensiero di Michelangelo: il poeta scopre dalle parole del nunzio che Amore ha educato sin dai primi anni la sua anima e la sua intelligenza al Bello perché la Bellezza partorisce quell’amore che restituisce l’uomo a un destino che si completa solo nello spirito. È lo stesso Michelangelo a filosofare della Bellezza nel sonetto “Non è sempre di colpa aspra e mortale”, mostrando nelle declinazioni del suo ragionamento interessanti tangenze con due altri fonti del neoplatonismo quattrocentesco: Pico della Mirandola e Girolamo Benivieni.
L’umana bellezza è dunque per Michelangelo simulacro di una Bellezza superiore, archetipica. Vedere nella bellezza del corpo uno specchio in cui traluce la grandezza e l’onnipotenza di Dio è un topos della poetica stilnovistica ma in Michelangelo la bellezza dell’amato oltre ad identificarsi con il Bello e il Bene si carica di un significato più forte perché la Bellezza soltanto è l’unica realtà intelligibile ad avere il privilegio di essere manifesta nel mondo sensibile. L’artista dunque misurandosi con la materia come un redentore dovrà liberare le forme spirituali, la Bellezza imprigionata. L’artista si dichiara prigioniero sofferente della e nella pietra, metafora dell’imperfezione e finitudine della umana natura. Michelangelo ci parla di un destino doloroso, chiuso nel sepolcro della carne, nel soverchio della pietra… è il bruco nel bozzolo, la midolla nella scorza, l’anima in un’ampolla.
L’amore salva. Innamorarci ci restituisce al Cielo. L’uomo o la donna la cui bellezza genera in noi amore sono manifestazione del divino. È in questa prospettiva che vanno letti molti dei sonetti michelangioleschi dedicati al Cavalieri, dove l’amato è figura luminosa, salvifica capace di guidare l’artista verso una dimensione più alta.
«Veggio nel tuo bel viso, signor mio, quel che narrar mal puossi in questa vita»
In questi versi come in altri coi quali canterà Vittoria Colonna:
«Tanto sopra me stesso mi fai, donna, salire»
Michelangelo rivela che la Bellezza è la scintilla visibile di una perfezione più alta, un riflesso del trascendente e che l’Amore è riconoscere in un volto umano quella traccia del divino e, attraverso quella contemplazione, elevarsi spiritualmente.
Dunque se anche l’ipotesi che riconosce nel volto del Cristo della Basilica di Sant’Agnese i tratti di Tommaso de’ Cavalieri non dovesse trovare conferma è nelle Rime dedicate al giovane romano che l’artista aveva espresso con chiarezza la propria visione: nella bellezza dell’amato egli scorgeva il riflesso di una realtà più alta, un segno di Dio.
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