Dialogo tra la dimensione intimista della fede e quella folcloristica della città
Marianeve ha i capelli bianchi come la neve ed è nata nel cuore del Cilento, terra di rocce a picco sul mare. Figlia di Sarchiapone, padre affettuoso e lavoratore instancabile nella bottega di alimentari del paese, cresce dentro un amore semplice e concreto, ma anche dentro un senso di imbarazzo che la accompagna nel quotidiano. L’uomo, ignaro delle fragilità interiori della figlia, è convinto che Marianeve sia destinata a compiere qualcosa di grande, senza però intuire il dono che la caratterizza.
Il suo destino la conduce lontano, a Napoli, dove s’imbatte nell’affascinante storia di Giulia Di Marco: suora eretica del Seicento che ha trasformato il proprio corpo in uno strumento di guarigione. Da questo incontro prende forma La carità carnale, ultimo romanzo di Monica Acito pubblicato da Bompiani, che sin dalle prime pagine intreccia passione e misticismo, corporeità e spiritualità.
Le due protagoniste, Marianeve e Giulia, sono legate da una vocazione comune: la capacità di guarire gli altri attraverso il proprio corpo che diventa così linguaggio, spazio sacro, tempio in cui il dolore altrui può essere accolto e trasformato. Attorno a loro si muove una moltitudine di viandanti che cercano una grazia, mentre Napoli si fa madre accogliente e simbolica, capace di contenere vulnerabilità, desideri e contraddizioni del suo popolo.
Il romanzo costruisce un dialogo continuo tra due dimensioni solo apparentemente distanti: quella intimista della fede e quella folcloristica della città. Ne nasce un ponte tra passato e presente che sovverte i canoni religiosi e culturali. Se durante la Controriforma il corpo femminile veniva represso, marginalizzato o associato all’eresia, oggi questo libro rilancia una domanda ancora attuale: può il corpo essere davvero uno spazio di sacralità e potere? Ma soprattutto una donna può esprimersi liberamente senza essere giudicata?
Attraverso questa tensione simbolica, La carità carnale scoperchia tabù profondi e radicati, restituendo uno sguardo sulle donne ancora segnato da pregiudizio, controllo e restrizione.
Di grande rilievo è anche il lavoro sulla lingua. L’autrice costruisce una scrittura ricercata, sensuale e musicale, capace di fondere italiano e dialetto senza mai eccedere. Ne emerge una voce narrativa densa, avvolgente, che restituisce una vera e propria geografia emotiva fatta di luoghi, memorie e tradizioni orali.
Anche la dimensione spaziale contribuisce alla forza del romanzo: il Cilento e Napoli rappresentano due poli opposti ma complementari. Il primo è lento, intimo, fatto di gesti misurati e relazioni solide; la seconda è caos, stratificazione, sovrapposizione di voci e identità. Eppure entrambe le realtà condividono la stessa funzione: diventare microcosmi in cui i personaggi cercano una definizione di sé e dei propri legami.
In questo equilibrio si muovono anche le figure familiari di Marianeve: il padre Sarchiapone, tenero e goffo nella sua dedizione, la madre più ruvida e distante, e gli amici che portano brevi aperture di leggerezza. Tutti contribuiscono a costruire un mondo affettivo necessario, che accompagna la crescita della protagonista.
La carità carnale è quindi un romanzo che non si limita a raccontare una storia, ma la attraversa come materia viva, interrogando continuamente il confine tra sacro e profano e contenendo inoltre la capacità di restituire al corpo femminile dignità tramite le sue due protagoniste e di farci emozionare grazie allo straordinario talento di una scrittrice autentica e sensibile come Monica Acito.
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