menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Cinque palinsesti e un funerale: quello del rinnovamento

13 0
11.07.2026

Fatalmente, nella canicola del luglio 2026, il commentatore si ritrova a chiedersi se abbia ancora senso l’ultimo appuntamento del calendario televisivo: la presentazione estiva dei prossimi palinsesti. Parliamo di quella cerimonia mezza conferenza stampa e mezza televendita – perché rivolta a giornalisti e inserzionisti pubblicitari – in cui i sovrani della tv cantano le lodi dei loro regni – giacché l’ultimo raccolto è sempre ottimo e quello nuovo sarà ancora meglio. Come i politici con le elezioni: ognuno a modo suo ha vinto le scorse, ognuno vincerà le prossime. E poco importa che l’affluenza sia in calo. Guarda caso, i televisivi snocciolano volentieri lo share, cioè la percentuale di ascolto, e sempre meno i numeri assoluti, le teste che si vanno lentamente diradando. Ma soprattutto ci si chiede la ragione di queste maratone tra teatri e buffet, quando, come quest’anno, diverse notiziole erano già state bruciate da indiscrezioni e anticipazioni, o tanti annunci si sono ridotti a un copia-incolla dello scorso palinsesto. Legittimo, se si reputa di aver fatto bene, ma perché convocare il popolo a corte per dire poco o nulla? Che De Martino farà almeno due anni a Sanremo ce lo potevamo aspettare, visto che da tempo i contratti dei direttori artistici all’Ariston funzionano così, e la lunga illustrazione delle acquisizioni societarie di Mediaset in Europa ce la aspetteremmo a un’assemblea di azionisti, più che a una presentazione dell’offerta tv. Eppure qualche indizio utile si trova sempre, per fiutare l’aria che tira e i regolamenti di conti in atto, intravedere linee di tendenza e tenere accesa la speranza che forse, anche nel 2026-27, scoveremo qualcosa di buono sui nostri piccoli schermi. Fatto sta che alcuni coraggiosi cronisti hanno partecipato a questo format itinerante di resistenza, cinque palinsesti in sei giorni, cercando di appassionarsi al dibattito – chi scrive ha seguito a distanza, tra comunicati roboanti e dirette streaming che sembravano un po’ convention aziendali e un po’ raduni di partito (più Atreju che Festa dell’Unità). E infatti, in assenza di grandi notizie di settore, il gioco diventa strappare un commento politico, ad esempio su Vannacci: "bravo comunicatore" ma "vedremo il programma" (Piersilvio Berlusconi), "può arrivare al 10%" (Urbano Cairo). Come dire, una cautela che sconfina nell’apertura di credito. Interessante. Per tornare alla tv, già i luoghi delle cerimonie sono dichiarazioni d’intenti. Rai ha pensato bene di convocare le truppe ad Ancona, per la comodità degli addetti ai lavori e una punta di rivendicazione localista. Quasi tutti gli altri sono rimasti a Milano: Mediaset nei suoi studi a Cologno, La7 nel solito hotel, Sky in un teatro. Prime Video ha scelto Roma (come l’anno........

© HuffPost