Se il woke è male, l'anti-woke trumpiano è molto peggio
Non sono una grande esperta di woke e di wokismo. Anzi, confesso che fino a poco tempo fa la questione mi interessava relativamente poco. Ma l’anti-woke dell’amministrazione Trump ha finito per incrociare le mie analisi che, come qualcuno sa, riguardano essenzialmente diritti di genere e rapporto tra istruzione, offerta educativa e diseguaglianze sociali.
Ci sono arrivata studiando tutt’altro.
Stavo cercando di capire che cosa stesse accadendo a Head Start, il grande programma federale americano per l’educazione prescolare dei bambini delle famiglie a basso reddito che risaliva a Lyndon Johnson, quando mi sono imbattuta nei tagli, nei congelamenti dei finanziamenti, nella chiusura degli uffici regionali e nelle prescrizioni anti-DEI imposte dall’amministrazione Trump. Ed è stato seguendo questa pista che ho dovuto occuparmi dell’anti-woke.
Head Start non riguarda soltanto i bambini poveri. Riguarda le loro madri, la possibilità delle donne povere di lavorare, le famiglie nere e latine che utilizzano quei servizi in misura rilevante, i bambini con disabilità che vi ricevono assistenza e screening. Togliere o rendere più fragile un servizio educativo significa produrre conseguenze reali e disegna destini differenti e molto lontani dalle “nobili intenzioni contro gli eccessi del woke”. Una madre riduce le ore di lavoro. Un’altra esce dal mercato del lavoro. Un bambino perde un servizio e apprendimenti e futuro. Una famiglia perde reddito. Sono gli studi che faccio da anni e mentre studiavo proprio Head Start mi sono imbattuta nella cronaca recente che riguardava il programma più longevo e vasto esistente sull’educazione prescolare con l’arrivo dell’amministrazione Trump.
Approfondendo questa vicenda, una formula spesso ripetuta, ma su cui mi ero concentrata meno, ha smesso di sembrarmi una formula: diritti civili e diritti sociali sono profondamente connessi. Soprattutto se sei povero.
La polemica piuttosto infiammata sul woke che attraversa in questi giorni anche l’Italia — e che a me ricorda, per confusione delle categorie, semplificazioni e strumentalizzazioni, quella sul fantomatico “gender nelle scuole” di qualche anno fa — mi ha quindi spinta ad approfondire nuovamente quella vicenda e di allargarla, riprendendo alcuni appunti sparsi qua e là e collegarla alle discussioni di quiesti giorni, perché le confusioni sul woke erano anche della sottoscritta, non me ne sono mai occupata più di tanto, con l’intento di approfondire da un punto di vista differente.
Non proverò a stabilire qui quanto woke sia stata la sinistra americana, quali siano stati i suoi eccessi, quanto abbiano pesato elettoralmente, né se una parola pronunciata in un campus nel 2020 fosse ragionevole o assurda. Altri lo stanno facendo meglio di me e sto facendo tesoro di quelle analisi.
Mi interessa una domanda molto più concreta. Che poi sento di praticare meglio, avendo dati ed essendomene occupata almeno per un’analisi.
A cosa ha condotto l’anti-woke, chiamiamolo così, quando è arrivato al governo degli Stati Uniti con Donald Trump e Maga? E qui la faccenda cambia. Perché andando a vedere ordini esecutivi, bilanci, programmi cancellati, finanziamenti alla ricerca, strutture amministrative smantellate, servizi educativi e sanitari, la guerra al woke smette rapidamente di assomigliare a una discussione sui pronomi e sugli eccessi del politicamente corretto e rivela il suo vero volto.
Si comincia dalla DEI e si arriva ai bambini poveri. Si comincia dalla guerra alla gender ideology e si arriva alla sanità. Si promette di restaurare il “merito” e ci si ritrova a mettere sotto sospetto le politiche per l’accessibilità delle persone con disabilità. Si combattono le politiche razziali e diventa la via per indebolire gli strumenti con cui lo Stato misura e contrasta le disparità razziali. Si dichiara guerra all’ideologia e si cancellano finanziamenti alla ricerca scientifica perché studia differenze tra popolazioni o fa ricerche sull’autismo.
È questo che mi interessa dell’”esperimento” americano.
Perché dietro l’anti-woke comincia a intravedersi qualcosa di molto più antico del woke: la libertà del più forte di far passare come un privilegio il diritto del più debole.
E i gruppi sui quali ricadono gli effetti di questa guerra sono riconoscibili: poveri, migranti, persone LGBT , persone con disabilità, donne a basso reddito, neri, latinos, attivisti e oppositori del governo. Persone diverse tra loro, naturalmente, ma accomunate da una condizione, soprattutto i poveri: hanno più bisogno che un diritto formalmente riconosciuto sia accompagnato dalle condizioni materiali che permettono di esercitarlo. Un servizio, un finanziamento, una scuola accessibile, una tutela sanitaria, un’autorità pubblica alla quale rivolgersi quando quel diritto viene violato.
Il ricco può comprare ciò che lo Stato ritira. Il povero no. Chi ha potere dispone di strumenti per difendersi; chi non ne ha dipende molto di più dalla forza delle istituzioni.
Ed è qui che l’anti-woke trumpiano è diventato per me molto più interessante da analizzare. Mi ha costretta a guardare concretamente qualcosa su cui avevo consapevolezza ma non nei numeri e materialmente negli esempi: il rapporto inscindibile tra diritti civili e diritti sociali e il modo in cui entrambi dipendono dalla condizione economica di chi dovrebbe esercitarli.
Se sei benestante, infatti, il ragionamento, o la discussione, anche accesissima, sul woke può anche fermarsi alla dimensione culturale: il pronome, il linguaggio, gli eccessi identitari, il politicamente corretto portato fino al paradosso. E quegli eccessi ci sono stati, naturalmente. Possiamo discuterli quanto vogliamo. Ed è quello che sta appassionando tanti in questo momento.
Ma se sposti lo sguardo sulle povertà, la prospettiva cambia completamente.
Perché a quel punto dietro la guerra culturale cominciano a comparire i soldi. Chi riceve un finanziamento e chi non lo riceve più. Quale servizio viene mantenuto e quale viene ridotto. Quale ricerca viene finanziata e quale cancellata. Chi può permettersi privatamente ciò che prima garantiva un programma pubblico e chi, invece, quando quel programma scompare, rimane semplicemente senza. Chi viene perseguitato, licenziato e rovinato da cause costosissime per aver affermato principi che oggi sono mal visti dall’amministrazione.
Ed è qui che la questione diventa politica nel senso più materiale del termine. Revocare risorse destinate ai meno garantiti redistribuisce potere, opportunità e denaro. E se quelle risorse vengono sottratte proprio agli strumenti costruiti per compensare uno svantaggio, il risultato può essere una redistribuzione alla rovescia: meno protezione per chi ne aveva maggiore necessità, più libertà per chi possiede già le risorse per proteggersi da sé.
Dietro la promessa di liberare la società dalla presunta «dittatura delle minoranze», l’anti-woke rischia così di restaurare una gerarchia dei garantiti. E al vertice ricompare, guarda caso, il soggetto che storicamente ha avuto meno bisogno delle politiche di uguaglianza per esercitare i propri diritti: maschio, bianco, benestante, dotato di potere.
È da qui, dai finanziamenti, dai servizi, dal lavoro, dalla scuola e dalla sanità — e non da una disputa sui pronomi — che vorrei provare a raccontare l’anti-woke americano. Un’avvertenza, non sarò breve, me ne scuso, chi vuole può fermarsi qui.
La disputa del giorno
La disputa del giorno
In Italia, dove quel che accade arriva filtrato, e male, dalle scarse letture di media o giornali, discutiamo ancora di woke come se fosse essenzialmente una questione di linguaggio: pronomi, identità, università troppo zelanti, cancel culture, qualche eccesso del politicamente corretto. E periodicamente arriva dagli Stati Uniti la notizia che persino qualche esponente della sinistra americana avrebbe finalmente capito l’errore. È successo anche con Alexandria Ocasio-Cortez: "Persino AOC rinnega il woke".
Non è esattamente così. In realtà AOC non ha rinnegato un bel nulla.
Partiamo almeno dal vocabolario. Merriam-Webster, uno dei principali dizionari statunitensi, definisce woke l'essere «consapevoli e attivamente attenti» alle questioni sociali, in particolare a quelle relative alla giustizia razziale e sociale. Il termine nasce nella cultura afroamericana come invito a “restare svegli”, vigili rispetto al razzismo e alle discriminazioni. Il significato dispregiativo con cui oggi viene prevalentemente utilizzato nella battaglia politica è successivo. Merriam-Webster ricostruisce inoltre l'origine afroamericana del termine: stay woke significava sostanzialmente restare vigili, stare all'erta rispetto al razzismo e alle ingiustizie. L'uso è documentato ben prima delle attuali culture wars; il dizionario ne ricorda la presenza nella cultura........
