Roma, da luogo a destino
Aurelio Picca è specializzato nel corpo a corpo. Entra in tutto ciò che scrive diventando lui stesso la mescola di ogni storia. Non sa rimanere neutrale, scava la realtà fin quando non ne esce qualcosa di torbido. Poi la racconta, perché sa di non avere altra scelta.
Per tutta la vita si è allenato a farsi entrare dentro dalle cose. Non ha mai costruito distanze tra sé e ciò che scrive, e questo ha reso la sua scrittura impossibile da ignorare.
I suoi romanzi, anche quelli che sembrano procedere per frammenti sconnessi, nascondono reti di corrispondenze sotterranee, simmetrie che lavorano sotto la superficie. Vi è nella sua scrittura un disordine apparente, ma sotto tutto tiene.
Chi lo legge cercando una trama rimarrà deluso. Ogni suo testo ha un ritmo che stabilisce un ordine segreto. La casualità è un’illusione. Ogni caos è calcolato al millesimo. Ed è in questo corpo a corpo che emerge il suo stile più riconoscibile.
Il divino e l’osceno occupano la stessa frase. Le madri che muoiono sono sante e sono corpi. Non vi è alcuna gerarchia tra l’alto e il basso, non vi è mediazione. Il sacro sta sempre dentro, insudiciato di sangue e sesso. Questa è la sua cifra. Picca sovrappone i registri e li alimenta di contraddizioni.
Ha sempre diffidato dei romanzi che funzionano come un meccanismo, dei personaggi che non hanno carne. Per lui la letteratura nasce dove c’è un rischio fisico, un’esposizione vera. Scrive per una fedeltà mai pacificata con la perdita del corpo. Ha una scrittura che è un inventario di mancanze.
I suoi libri si parlano tra loro. Sono un’ossessione che ogni volta torna anche se cambia pelle. Dalla poesia ai racconti ai romanzi, dagli anni Novanta a oggi. Il filo comune è una materia che non accetta tregua e uno scrittore che non gliene offre.
Tutto questo trova la sua espressione più scoperta in Roma mia, non morirò più. Qui Picca non descrive la città come un moralista della decadenza ma la lascia confondersi con la sua memoria, la sua vergogna. Con la sua nobiltà perduta: brillante anche se sprofondata nel fango.
In questo senso la città smette di essere luogo e diventa destino. Ed è nella condivisione del destino che si comprende perché Picca non possa scrivere diversamente. Lui porta, e questo da sempre, la lingua in un punto di saturazione, come se ogni frase dovesse caricarsi di eccesso, lasciando il lettore senza ripari. Impossibile chiedergli misura, prudenza. Lui vive proprio nel bordo, sempre pronto a distruggere.
In un tempo di scritture calibrate Picca preferisce straripare addosso alla letteratura di consumo e sbranarsela.
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