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Prima ancora di stigmatizzare le piazze, dobbiamo imparare a vederle

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21.10.2026

Dopo gli scontri e le devastazioni delle ultime settimane, il problema non è soltanto come ristabilire l’ordine. È anche capire che cosa stia producendo una rabbia così diffusa e perché tanti giovani sentano la piazza come l’unico spazio ancora disponibile per essere ascoltati. Le due questioni — la sicurezza personale dei cittadini e la libertà di manifestare dei giovani scesi in piazza — devono essere tenute insieme. Il nostro compito è quello di garantire radicalmente entrambe le facce di questa medaglia chiamata democrazia: la sicurezza dello spazio pubblico e il diritto al dissenso. Se questi due piani vengono contrapposti, la repressione dei reati rischia di trasformarsi nella delegittimazione del conflitto sociale. E questo mette a rischio le condizioni democratiche dentro cui dovranno confrontarsi tutte le forze politiche, a livello locale e nazionale.

È troppo semplice, in questo momento, usare strumentalmente i disordini per ricavarne facili deduzioni di parte. Serve uno sguardo più lungo, e serve soprattutto l’impegno del mondo dell’informazione e della cultura per mantenere salda la coesione sociale. Occorre coinvolgere le giovani generazioni nella critica a un presente diseguale e nella costruzione di una proposta politica alternativa e matura. Quella proposta oggi non sembra ancora avere una forma definita. I partiti discutono di leadership e tattiche, mentre dalle piazze emergono parole d’ordine e urgenze concrete: casa accessibile, educazione pubblica, no al riarmo, lotta alle disuguaglianze.

Non accade soltanto nelle città italiane, ma in tutta Europa. E in tutto il continente a guidarci sono i giovani, accusati genericamente di essere dei devastatori ma concretamente protagonisti, nelle loro componenti pacifiche, di un urlo collettivo che riguarda tutte le........

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