Hormuz chiuso, energia alle stelle. E l’Italia resta ferma
Il conto è arrivato. E passa dallo stretto di Hormuz. La crisi tra Stati Uniti e Iran, con la chiusura di uno dei principali snodi energetici del pianeta, ha prodotto l’effetto più prevedibile: i prezzi dell’energia sono schizzati verso l’alto. Petrolio, gas, elettricità. Tutto.
E in Italia, come ogni volta, si riapre lo stesso dibattito. Nucleare sì, nucleare no. Rinnovabili sì, ma insufficienti. È una discussione che si ripete identica da anni, come se il problema fosse tecnico o tecnologico. Non lo è. Il problema è politico.
Le rinnovabili in Italia non decollano non perché non funzionino o perché non siano competitive. Non decollano perché sono bloccate. E sono bloccate da un sistema che ha scelto, consapevolmente, di non decidere.
Il nodo principale ha un nome preciso: il Titolo V della Costituzione italiana. La competenza sull’energia è condivisa tra Stato e Regioni, un compromesso che forse poteva avere un senso in un altro contesto storico, ma che oggi appare del tutto inadeguato. L’energia è ormai una questione globale, attraversata da dinamiche geopolitiche e da mercati internazionali. Eppure, in Italia, continuiamo a gestirla come se fosse una materia locale, frammentata, soggetta a logiche territoriali.
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