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Quante cose ha fatto Battiato nella sua vita?

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11.03.2026

Quante cose ha fatto Battiato nella sua vita? In quanti differenti modi ha declinato la sua creatività artistica? A quante idee e mondi e suoni ha dato vita?

È la prima cosa che salta agli occhi nel libro Battiato l’artista di Maurizio Di Bona e Alessio Cantarella (Mimesis Edizioni), dove il primo ha scandito l’intero volume con tavole a fumetti che illustrano la vita del famoso cantautore e la spropositata vastità di interessi culturali, l’endemico eclettismo intellettuale, il pensiero borderline sempre a cavallo tra il misticismo e la postmedialità, testi esoterici e Sanremo. Solo Morricone, nella stessa area, la musica, ha saputo navigare e oscillare ininterrottamente come un assolo di theremin tra l’altissimo e il basso, tra il pop più flagrante e l’avanguardia più scoperta.

Qualche esempio: “Comunità esoteriche dedite alla danza sacra che costruiscono un’astronave per un viaggio di rieducazione metascientifico” (dall’opera Genesi del 1987); un’altra opera, in due atti, dedicata a Gilgamesh, l’invincibile re sumerico di Uruk, protagonista mitico di una delle prime grandi storie raccontate dall’umanità, “bello, forte e alto 7 metri perché figlio di una dea top model” (Gilgames, 1992); Il cavaliere dell’intelletto, ovvero Federico II di Svevia, terza opera lirica commissionata dalla regione Sicilia, con arie “intervallate da recitativi, suoni elettronici, sonorità arabe e orchestra”; Del Perduto amor, esordio nel cinema, del 2003, ambientato in Sicilia, negli anni ’50 dove “c’è un bambino che vive con la mamma che fa la sarta, circondato da ragazze che vogliono imparare a cucire. Ma non sono io, infatti si chiama Ettore”; oppure Bitte, Keine réclame, 2004, programma sperimentale per la televisione, scritto insieme a Manlio Sgalambro, “dove il Nord è la musica, il Sud la filosofia, l'Est la spiritualità e l'Ovest la sintesi”:

Il libro è in realtà una seconda “istallazione” di un’esplorazione a 360° dell’universo dell’artista di Acireale e Catania (degli stessi autori è un precedente Battiato l’alieno), cui il tratto di Di Bona, a metà tra il design pubblicitario degli anni ’70 e il virtuosismo fisiognomico e polimorfo di Andrea Pazienza conferisce un’euforia e una verve che Franco Battiato avrebbe amato.

Il libro è un gremito almanacco dell’opera omnia del cantautore di Catania, che ne simula sguardo e prossemica, visibili nell’impassibilità con quale il Battiato a fumetti parla di trame labirintiche (“in cui lo spettatore spaesato si chieda perché stia guardando un film del genere”) o di robe “veramente complesse” di difficili comprensione, come “un non film non per tutti”, progettando film con ologrammi (la biografia del filosofo calabrese Bernardino Telesio) e sulla morte e la reincarnazione (Attraversando il bardo: “a questo giro i criticoni cinefili annoiati, il fiele e l’inchiostro se li dovranno bere”).

In sogno gli parlano dive danesi del muto (Asta Nielsen), Sgalambro spiega Empedocle, filosofo nato ad Agrigento e lui, Battiato, stavolta con la piega di un sorriso ermetico all’ombra dei perenni occhiali scuri, porge il colore rosso al pittore che lui stesso ha celebrato nella canzone “Scalo a Grado”, Tiziano Vecellio, all’opera sulla tela - tutto questo, come sa chi l’ha un po’ frequentato, avrebbe generato in lui una risata dispiegata, un frullo di intelligenza divertita negli occhi, dietro le stesse lenti nere del fumetto.

Non sono sicuro, invece, che l’interminabile panegirico di testimonianze elogiative, spesso solenni, come se fosse la vita di un santo del medioevo, che il lettore si deve sorbire tra queste tavole gustose, divertenti, dal bianco e nero denso di contorni sagomati e bianchi luminosi, non sono sicuro avrebbe finito neanche di leggerle: o forse si sarebbe fatto un’altra sonora risata perché Battiato sapeva anche prendersi per i fondelli, se voleva.

Certo gli sarebbe piaciuta la parodia di John Ford (“Sono F.B. e faccio film”, così come il regista di Ombre rosse, in una celebre intervista disse: “Mi chiamo John Ford e faccio dei western”), la vignetta lisergica con David Lynch, il passaggio sull’amato Handel (chi scrive ha avuto l’onore di fare con lui un incontro su Handel e il cinema in cui io e Battiato abbiamo scelto le più belle scene del cinema che ha usato il celebre musicista), e forse avrebbe gradito anche qualcosa su Bob Balaban, attore comprimario americano di cui tutti potrebbero ricordare il volto ma non il nome, per il quale Franco aveva un piccolo ma convinto culto.

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