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Adozioni a coppie dello stesso sesso: cosa conta davvero per i bambini

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Il caso giunto al Tribunale per i minorenni di Venezia ha riportato al centro del dibattito pubblico un tema che ciclicamente divide: l’adozione da parte delle coppie dello stesso sesso. Ma al di là delle contrapposizioni, la domanda da cui partire dovrebbe essere una sola: che cosa serve davvero ai bambini? 

La vicenda riguarda due uomini che da anni vivono insieme e che hanno chiesto di poter accedere all’adozione internazionale. La normativa italiana consente questo percorso alle coppie sposate e non lo prevede per le coppie unite civilmente dello stesso sesso. I giudici veneziani hanno ritenuto che questo divieto possa produrre effetti "irragionevoli e discriminatori" e hanno rimesso la questione alla Corte costituzionale. Il punto centrale, tuttavia, non riguarda tanto i diritti degli adulti quanto quelli dei minori. L’adozione non è uno strumento per soddisfare il desiderio di genitorialità, ma una risposta al bisogno di tanti bambini di crescere in una famiglia. 

A livello globale, le dimensioni del fenomeno sono rilevanti. Secondo l’Unicef, nel 2017 circa 140 milioni di bambini avevano perso almeno uno dei genitori e circa 15 milioni li avevano persi entrambi. La pandemia di Covid-19 ha ulteriormente aggravato la situazione: una stima pubblicata su Jama, tra le più autorevoli riviste scientifiche internazionali, indica che oltre 10 milioni di bambini hanno perso un genitore o il caregiver principale. Non tutti questi minori sono adottabili, ma i numeri aiutano a comprendere la portata del problema. Per molti di loro, crescere in un ambiente familiare stabile può fare una differenza decisiva. 

Se si guarda oltre i confini nazionali, emerge un quadro articolato e in evoluzione. In diversi Paesi, tra cui gran parte dell’Europa occidentale, il Canada e gli Stati Uniti, l’adozione da parte di coppie dello stesso sesso è ormai una realtà consolidata; in altri è prevista la possibilità di adottare il figlio del partner. In Italia, invece, la situazione appare più frammentata. Non esiste una disciplina che preveda esplicitamente l’adozione per le coppie dello stesso sesso; tuttavia, nel tempo, la giurisprudenza ha riconosciuto in alcuni casi forme di tutela, soprattutto attraverso l’adozione del figlio del partner, sulla base dell’interesse concreto del minore.

 La questione fondamentale resta la stessa: non la composizione della coppia, ma se essa sia in grado di offrire al bambino stabilità, cura, responsabilità educativa e sicurezza. 

Le evidenze scientifiche degli ultimi decenni appaiono coerenti. Numerosi studi, richiamati anche da importanti associazioni pediatriche e psicologiche internazionali, indicano che il benessere dei bambini dipende soprattutto dalla qualità delle relazioni familiari e dal contesto affettivo in cui crescono. L’orientamento sessuale dei genitori, di per sé, non risulta un fattore determinante. 

Su questo tema non mancano posizioni diverse. In ambito religioso, ad esempio, la Chiesa cattolica ha espresso un orientamento che richiama l’importanza, per il bambino, di crescere, ove possibile, con un padre e una madre, ritenuti riferimenti complementari per il suo sviluppo. Anche nel dibattito scientifico non sono mancate in passato interpretazioni controverse, poi ampiamente discusse e riviste alla luce di analisi più rigorose. 

Nel sistema italiano, l’adozione è già oggi sottoposta a verifiche rigorose: i tribunali valutano con attenzione la stabilità della relazione, le capacità educative, la situazione economica e l’ambiente in cui il minore sarà accolto. Il punto sollevato dal tribunale di Venezia riguarda dunque l’estensione di questo esame anche alle coppie unite civilmente, senza esclusioni a priori. Non si tratta di riconoscere automaticamente un diritto all’adozione, ma di stabilire se sia ragionevole impedire, in via preventiva, l’accesso a tale verifica a persone che potrebbero essere in grado di offrire a un bambino un ambiente adeguato. 

Per molti minori che vivono in condizioni di abbandono, l’adozione rappresenta un’opportunità concreta di vita. Per questo il dibattito dovrebbe mantenere uno sguardo concreto, evitando di ridursi a uno scontro tra posizioni contrapposte. 

Se una coppia dimostra di possedere le qualità necessarie per prendersi cura di un bambino, escluderla a priori dalla possibilità di essere valutata rischia di tradursi non solo in una discriminazione verso gli adulti, ma anche in una perdita di opportunità per i bambini. Il principio da tenere presente è semplice: ogni bambino ha diritto a crescere in un contesto chi garantisca cura, sicurezza e relazioni affettive stabili. Tutto il resto dovrebbe essere valutato alla luce di questo interesse primario.

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