Nel purgatorio più scuro e più lucente
«Vivere è un Purgatorio senza uscita, neanche la morte è vera, non si può fuggire da nessuna parte. Ogni porta è sbarrata. Vivere è un obbligo cui non posso sottrarmi; devo solo scegliere se farlo da cadavere o da persona. Le mie gambe si deformano in dipinti cubisti; sono lasche e poi magrissime a seconda della prospettiva da cui le si osservava. Come posso imparare a camminare in questo corpo estraneo?»
“Purgatorio” di Ilaria Palomba, pubblicato da Alter Ego edizioni, è narrato in prima persona da una voce che giunge dalla parte più autentica e segreta dell’autrice. Siamo nei luoghi asettici di un ospedale, dopo una caduta rovinosa – un tentato suicidio – che minaccia la protagonista di privarla dell’uso delle gambe. Ora lei è al reparto unità spinale, in un non-luogo che è uno spazio imprigionato tra terra e cielo, da cui il titolo del libro: un titolo che rimanda anche a una condizione esistenziale divelta, di sottrazione, di separazione e di confine tra il desiderio di morire e il richiamo ancestrale alla vita: così questo limes diventa una trappola per l’anima dilaniata ma lucida, smascherando il contingente di tutto l’apparato superfluo che ci circonda:
«Separata dal corpo, non ne avvertivo le sofferenze, non le gambe immobili prive di sensibilità, non le grida delle fratture multiple scomposte, non mi accorgevo delle innumerevoli trasfusioni, del catetere nella succlavia per nutrire un corpo che muore, dell’embolizzazione dell’arteria epatica, dei polmoni fracassati dalle costole rotte; sentivo il cranio rimbombare, l’anima staccarsi dal corpo, venir via e accedere a un fuori, che è prima della scissione tra luce e buio, tra vita e morte, una sorgente di luce chiarissima, di fuoco».
Qui inizia la vera partita a scacchi con l’imposizione della vita e del suo non-sense, la protagonista è circondata da una coralità di personaggi – medici che divengono Caronti, infermiere che affibbiano soprannomi grossolani, pazienti, familiari, uomini del passato e presenze angeliche, per lo più nominati soltanto con una lettera maiuscola puntata o con nomi che sembrano firme d’arte: l’enigmatico Hubert Melville, l’etereo Zadkiel.
Si tratta di un libro denso, dove ogni frase si carica di un significato ulteriore, dove la seconda lettura non lascia scampo per chi è abituato a porsi delle domande. Tra clozapinam, xanax, morfina, voltaren e altri numi tutelari di un'illusoria pace, il dolore si sdoppia nel suo ambiguo inganno, costringendo chi resta a tentare di aderirvi, in una lesiva dipendenza. Chi parla non comprende il senso di tutto questo, ma si erge con una mistica, dignitosa consapevolezza: la voce di Ilaria Palomba è trafitta e potente, oblata alla Bellezza (quella vera, con la B maiuscola, inseguita anche attraverso le arti, il cinema e la letteratura), in grado di riconoscere la scissione perpetua tra l’anelito e la delusione.
Il mondo è effimero, talvolta bugiardo, scricchiola sotto il peso dell’evidenza e insegue dinamiche vuote, lo dimostra anche la questione editoriale, toccata senza edulcorazioni: «ogni mia aspirazione è stata presa a randellate».
Ilaria Palomba è una poeta del profondo e questa sua inclinazione lirica trapela anche da alcune frasi che sembrano essere un’introspezione accennata ma che in realtà celano due endecasillabi struggenti: «È come lanciare i dadi nel vuoto, e aspettare il responso delle stelle».
Elegante e siderale, la sua scrittura cammina splendente su un filo d’argento sospeso su un abisso così profondo che non si può scrutare: eppure calamita, ottunde, strega. Le percezioni, le sensazioni, le riflessioni sono donate a chi legge con una resa potente, soprattutto per chi riesce a sentire, oltre le ombre, questo immenso, luminoso grido d’amore. Amore per la parola, per la scrittura, per l’ineffabile e anche, forse, per chi non se l’è meritato:
«L’amore che ho dato agli altri è stato superiore all’amore che avevo per la vita. È una blasfemia che non mi è stata perdonata. Io vorrei amare la vita, vorrei con tutta me stessa, ma anche lei ogni tanto dovrebbe essere ragionevole».
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