La forza silenziosa del donare
C’è ancora spazio per la cultura del donare? La domanda non deve sembrare peregrina in questo nostro tempo segnato da un pervasivo offuscamento di senso. Soprattutto in ragione di un sempre più diffuso sentire in cui utilitarismo, individualismo e logiche di potere tendono a oscurare il principio fondamentale della relazionalità interpersonale. In eguaglianza e dignità, senza le quali la società perde di umanità. E proprio per questo assume un particolare rilievo ricordare il 4 ottobre, data dedicata al Giorno del Dono. Che coincide con la festività di san Francesco, patrono d'Italia, già da tempo associata ai valori della pace, della solidarietà e dell'incontro tra culture e fedi diverse. Una scelta che ne rafforza il significato simbolico.
L’etica del donare ha delle indubbie ricadute sociali perché rappresenta un atto che non si esaurisce nel piano individuale ma produce effetti profondi nelle dinamiche relazionali. Nonché nell’organizzazione della solidarietà e nella distribuzione delle risorse. In primo luogo, il dono ha storicamente una funzione strutturale creando legami di reciprocità capaci di mantenere coesione sociale e assicurare forme di mutuo sostegno. Donare il tempo o risorse, ad esempio, significa svolgere la tessitura di una solidarietà attiva per quanto sia un agire invisibile e incalcolabile per dirlo con il filosofo Jacques Deridda.
Tuttavia, l’etica sociale del dono ci invita anche a guardare oltre l’apparente gratuità e generosità e a considerare possibili rischi. Paradossalmente il donare può diventare strumento attraverso cui si consolidano gerarchie sociali o si perpetuano rapporti asimmetrici di potere. Vale a dire che pur apportando vantaggi concreti, corre il rischio di trasformarsi in una leva........
