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L’intelligenza artificiale è già in mezzo alla stanza, che lo vogliamo o no

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11.03.2026

C’è una scena che racconta meglio di qualsiasi dato il momento che stiamo vivendo: Roma, primo evento pubblico dedicato all’intelligenza artificiale, titolo IntelligentIA, organizzato da SCAI comunicazione — gente che sa riconoscere l’hype prima che diventi mainstream, e che ancora una volta ha dimostrato di saper cavalcare gli argomenti con il tempismo giusto. Due giorni. Tutto esaurito. Tra il pubblico, moltissime donne — ancora in percentuale inferiore rispetto agli uomini, ma straordinariamente presenti e partecipi — segno che hanno compreso che, nonostante la complessità, l’AI le riguarda da vicino. Un evento pensato come un percorso di comprensione trasversale che ha saputo unire istituzioni, aziende, politica, ricerca, lavoratori e pubblico in un unico discorso.

Non sorprende. L’AI è già massicciamente presente nelle nostre vite: c’è quella per il grande pubblico, visibile e conversazionale, e poi c’è quella che non si vede, che gestisce immense quantità di dati al servizio delle aziende e dei governi, che ottimizza le supply chain, decide chi ottiene un credito, coordina operazioni nei teatri di guerra che agitano il mondo in questi giorni. Due velocità, un’unica direzione: avanti, senza guardare in faccia nessuno.

L’IA polarizza, genera la divisione che ormai attraversa ogni ambiente di lavoro, ogni redazione, ogni tavolo di famiglia: c’è chi si difende e chi attacca, nel senso sportivo del termine. Non è una distinzione banale: riguarda il modo in cui si risponde all’incertezza.

Chi si difende lo fa spesso con le armi della paura. Paura di perdere il lavoro, di diventare obsoleto, di un futuro che non si riesce a leggere. È una paura comprensibile. L’AI non è una minaccia astratta: è già reale, già operativa, già presente nelle pipeline di assunzione, nei sistemi di valutazione delle performance, negli algoritmi che decidono quali contenuti sopravvivono e quali scompaiono. Le aziende inseriscono corsi di AI ai dipendenti, gli insegnanti cercano di sorvegliare e punire compiti svolti con le piattaforme invece di insegnare a padroneggiarle. 

La difesa pura — quella che erige barricate, che rifiuta di imparare, che si aggrappa alla nostalgia di un modo di lavorare che stava già cambiando prima dell’AI — non protegge nessuno. È una mera illusione. Il mercato non ha interesse a finanziare la resistenza: ha interesse all’efficienza. E se uno strumento costa una frazione del tuo stipendio e non fa refusi, il mercato tenderà a preferirlo, con o senza il tuo consenso.

Poi c’è chi attacca. Chi studia, sperimenta, sbaglia e ricomincia. Chi ha capito che aspettare di capire tutto prima di cominciare è una strategia perdente, e che il modo migliore per non essere sostituiti da uno strumento è imparare a usarlo meglio di chiunque altro. Non per entusiasmo, ma per pragmatismo. 

Nel mezzo, la maggioranza silenziosa. Quelli che usano ChatGPT ogni tanto per scrivere un’email, che hanno sentito parlare di “machine learning” senza capire bene cosa sia, che pensano tutto sommato di poter rimandare ancora un po’ la decisione. È un’illusione comprensibile, mentre l’innovazione non aspetta nessuno. 

Un caso emblematico di questa tensione arriva dall’Associated Press, dove è scoppiata una guerra interna su Slack: la senior product manager per l’AI dell’agenzia ha sostenuto che la resistenza è “inutile” e ha teorizzato un futuro in cui i reporter raccolgono citazioni sul campo e le passano a un modello linguistico che scrive il pezzo, mentre i colleghi hanno risposto che quella buona scrittura è la linfa vitale del giornalismo. Come ha osservato Alberto Puliafito su The Slow Journalist, stanno sbagliando bersaglio entrambe le parti. Il giornalismo non sta nel digitare parole, ma nell’intento, nel governo del processo e nell’assunzione di responsabilità su ciò che viene prodotto, che nessun algoritmo può assumersi al posto tuo.

Tornando a Roma, alla sala piena, agli imprenditori con il taccuino in mano, alle start up piene di entusiasmo: la sensazione che ho portato via non è di ansia ma di urgenza. L’AI è una questione politica, sociale, culturale. Riguarda chi ha accesso agli strumenti e chi no. Stare in difesa, sperando che l’AI rallenti o che qualcuno la fermi, non è una strategia: è una resa lenta.

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