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Appunti sulla responsabilità pubblica della cultura: politiche dell’immaginario

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17.05.2026

Viviamo in un tempo in cui discutiamo di bilanci, riforme e sicurezza, ma raramente ci interroghiamo su chi governa davvero l’immaginario collettivo. Eppure, è lì che si forma l’identità delle nuove generazioni. Abbiamo investito in infrastrutture materiali, ma spesso trascurato l’infrastruttura simbolica. Abbiamo finanziato eventi, ma non sempre costruito continuità. Nel vuoto lasciato dalle istituzioni culturali si sono inseriti mercato e algoritmi globali — non per scelta, ma per assenza di regia.

Questa “rubrica” nasce da una domanda semplice: chi forma oggi l’identità collettiva?

La cultura non è un settore è una infrastruttura democratica primaria. È una responsabilità pubblica che riguarda il futuro. Perché generare cultura significa prendersi cura dell’immaginario di una comunità.

Misurare l’impatto culturale

Numeri, qualità, comunità

Ripartiamo dalla domanda con cui si chiudeva la riflessione precedente: come si valuta davvero una politica culturale nel tempo? Con il numero dei biglietti venduti e delle presenze registrate, oppure con la qualità delle trasformazioni generate nelle persone, nei luoghi e nelle comunità?

La risposta, se vogliamo essere seri, è che i numeri servono. Ma non bastano.

Servono perché senza dati una politica pubblica resta impressione, racconto, propaganda. Un’amministrazione deve sapere quante persone raggiunge, quali territori coinvolge, quali fasce sociali restano escluse, quali risorse produce, quali pubblici intercetta. Misurare è necessario. Senza misurazione non c’è responsabilità.

Il problema nasce quando confondiamo ciò che è misurabile con ciò che è importante.

Un teatro pieno non significa necessariamente una città più consapevole. Un museo affollato non significa automaticamente una comunità più educata al patrimonio. Un festival partecipato non garantisce che un quartiere abbia trovato nuove relazioni, nuova fiducia, nuova identità.

La quantità racconta una parte della verità. Non tutta.

Per anni abbiamo valutato molte politiche culturali attraverso indicatori semplici: presenze, incassi, biglietti, visualizzazioni, numero di eventi, ritorno economico, copertura mediatica. Sono dati utili, ma rischiano di produrre una distorsione profonda: spingono le istituzioni a fare ciò che si vede di più, non ciò che serve di più.

È più facile contare un pubblico che costruirlo. È più facile annunciare un evento che consolidare un’abitudine. È più facile riempire una piazza una sera che........

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