Il carisma di Umberto Bossi
Un politico carismatico. “Mi rimetto a voi, avvisandovi che se respingerete responsabilmente le mie dimissioni, mi costringerete a farvi fare cose tremende, a mettere in riga troppi professori, troppi scettici senza cuore, troppi cadaveri che parlano”. Era il 1999 e Umberto Bossi si rivolgeva alla platea di Pontida dopo una serie di sconfitte cogenti. Da vero capo e padrone del partito riuscì a ribaltare la situazione a proprio vantaggio. La Lega Nord Bossi l’ha pensata, fondata, guidata con pugno di ferro, pragmatismo tattico e spregiudicato adattamento realista. Le espulsioni erano frequenti e minacciate, il dibattito rimaneva nel livello locale, ma il Capo non poteva essere messo in discussione. Conduceva, o meglio trascinava, la Lega Nord dietro di sé, come ne fosse un’appendice. Le giravolte politiche e programmatiche condussero il partito dall’estremismo di centro all’estremismo di destra. Dalla lotta alla partitocrazia morente dei primi anni Novanta, fino al governo, dalla fatwa contro i nipoti del fascismo in nome dei partigiani delle vallate pre alpine alla infame legge Bossi-Fini.
Dalla fuga dal governo Berlusconi (il piduista di Arcore, come recitava La Padania) dopo il G7 di Napoli del 1994, fino alla corsa solitaria alle politiche del 1996 contro “Roma Polo” e “Roma Ulivo” che consentì al centrosinistra di vincere pur con meno voti. Un riavvicinamento alla destra da cui non avrebbe potuto scindersi perché la Lega era ed è una costola della Destra. Nonostante le sirene progressiste per imbonirla ed irretirla con la riforma del Titolo V della Carta. Senza Bossi, prima che senza Gianfranco Fini, non ci sarebbe stata l’egemonia berlusconiana. Le capriole del leader in canottiera sono state epiche rispetto all’Europa, prima “delle regioni” in chiave confederale, poi in difesa del Nord. E infine, da partito aconfessionale e anti Vaticano, a difensore della cristianità dopo l’11 settembre 2001.
Per capire Bossi, bisogna capire e studiare la storia patria, il Nord e il Sud. Le sortite grottesche e pittoresche che agitavano le agenzie di stampa erano fumo negli occhi. C’era una dinamica comunicativa complessa, articolata e innovativa. Le accuse dirette di Bossi alla classe dirigente, alla partitocrazia, rasentavano le iperboli, ma lo stile franco e sovente greve è stato salutato nei primi anni con favore anche da intellettuali insospettabili come Giorgio Bocca, che ha visto nella «durezza» della Lega Nord d’antan la capacità di rompere l’ampolloso e ipocrita mondo del governo socialista e democristiano.
La Lega populista ha tracciato un solco e sebbene con Matteo Salvini il partito di Bossi apparentemente c'entri poco o punto, in realtà c’entra tutto, perché quel “malessere del nord” verso lo Stato permane irrisolto. Bossi è più simile ai secessionisti sudisti (pardon!) statunitensi che a un federalista europeo.
Oggi tanti pudibondi coccodrilli giornalistici ne danno un’immagine edulcorata, ma Bossi rimane negli annali della politica quale politico “puro”, leader carismatico e personaggio al limite dell’eversione. Le sue non erano solo parole, provocazioni intellettuali o boutades. Bossi ascoltava il suo popolo nelle interminabili e generose discussioni politiche fino a tarda notte. Ha avuto il merito di buttare un po' di sale sui sepolcri (troppo) imbiancati della classe dirigente tardo democristiana, del consociativismo di una parte del PCI, della leggerezza etica di troppi socialisti e di parlare “pane al pane”, da astemio e fumatore incallito. Introdusse nel paludato sistema politico italiano temi scomodi e che meritavano una riflessione. Il decentramento amministrativo, il rapporto tra territori, l’assetto federale, le differenze socio-economiche tra Nord e Sud. Ma lo fece in forma dirompente non solo nella forma, ma anche – e soprattutto – nella sostanza, che in politica conta, molto.
Bossi non era Antonio Gramsci della Questione meridionale e nemmeno Carlo Cattaneo che pure saccheggiò citandolo a sproposito, nella prima fase quasi sobillato da Gianfranco Miglio di cui presto si liberò scaricandolo con un epiteto greve. Vero che i trecento fucili “sempre caldi” generarono una controversia circa la veridicità simile a una conventicola tra comari, ma il punto essenziale è che Bossi agitava temi violenti, sempre con il registro aperto sulla dicotomia amico/nemico. Dalla feroce caccia ai meridionali contro il virtuoso Nord, alla guerra santa contro “Roma ladrona”, dalla lotta al centralismo statale rispetto alle civiche associazioni comunali, dalle angherie degli impiegati pubblici contro i laboriosi imprenditori del nord-est, gli intellettuali parassiti e inetti rispetto al glorioso popolo padano, le libertà delle camicie verdi contro la burocrazia di Bruxelles. Un rosario di diadi che avevano in pancia e in mente la violenza sottesa, la potenzialità del conflitto, come sempre, del resto avviene tra interessi contrapposti. Quelle fratture che Bossi intese politicizzare per perorarne la causa che i piagnistei ipocriti di queste vorrebbero celare in una noiosa omelia simil repubblicana. Il Senatùr degli anni Ottanta ne sarebbe disgustato e forse divertito. Era figlio del suo tempo, delle sue idee e del suo temperamento. Ha lottato una battaglia sbagliata, e l’ha persa. Fino a ora.
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