Il codice unico del terzo settore e le liste d’attesa in sanità
Il tema delle liste d’attesa, antico nel dibattito pubblico, attiene non a una mera disfunzione del sistema sanitario, ma alla negazione del principio universalistico su cui si regge il diritto alla salute costituzionalmente garantito. In sintesi: se ci sono cittadini che non accedono alle cure vuol dire che il diritto alla salute non è garantito alla universalità degli stessi! Detto diversamente: in presenza di liste d’attesa l’uguaglianza in termini di possibilità di accesso al sistema sanitario pubblico (e sostanzialmente gratuito) non è garantito a tutti e, in particolare, a chi non ha soluzioni alternative per ragioni di reddito.
La consistenza del problema che attiene non alla mera disfunzione di un servizio pubblico ma alla violazione dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale, come sopra sinteticamente richiamati, vede offrire soluzioni o di natura pubblicistica (la riorganizzazione del modello organizzativo su cui di recente Regioni come la Puglia hanno avviato un percorso serrato) o in partenariato con il privato (acquistando prestazioni dallo stesso).
C’è però una terza via per provare a risolvere il problema: l’amministrazione condivisa!
Se la questione rientra (e mi pare fuor di dubbio) in una delle attività di interesse generale di cui all’art 5 del dlg 117/2017 su cui gli Enti di Terzo Settore possono attivare (senza attendere le Pubbliche amministrazioni) procedimenti amministrativi di cooprogrammazione (per definire bisogni e obiettivi di politica/servizio pubblico) e cooprogettazione (per definire precisi piani operativi per soddisfare quei bisogni), perché non consentire alle Regioni e alle Aziende Sanitarie Locali che versano in difficoltà sul versante delle liste d’attesa, di poter imboccare la strada che non è né pubblica e né privata, dell’amministrazione condivisa?
Pensiamo a istanze e modelli proposti dagli ETS che il dlg 117/2017 consente di attivare, che per definizione sono fuori dal perimetro speculativo delle attività economiche, che propongono ad esempio la gestione di ospedali di comunità o di case di comunità offrendo contestualmente un set di prestazioni diagnostiche e/o ambulatoriali nelle medesime strutture a cura dell’ETS “aggiudicatario” della cooprogettazione, nel solco degli approcci prestazionali low cost, rivolti sia ai cittadini sia all’azienda sanitaria che può acquistare prestazioni a prezzo calmierato (a costi reali) per smaltire le proprie liste d’attesa o “compensarle” con la concessione dei locali e dei servizi.
Si tratterebbe di un modo diverso di fare “soccorso” alla macchina pubblica, ampliando il concetto di mutualità e di spazio pubblico in funzione delle priorità inderogabili dei sistemi di salute locale, scegliendo la via non lucrativa, molto vicina a quella pubblica in senso stretto, con le caratteristiche di flessibilità di un privato che opera nella struttura pubblica (case/ospedali di comunità) aiutandola ad avere le risorse umane e organizzative per svolgere compiti pubblici altrimenti difficilmente realizzabili (data la conclamata carenza di personale). E’ pronta la macchina pubblica a imboccare questa strada? E il terzo settore dell’area socio-sanitaria è pronto ad assumersi la responsabilità di intestarsi un piano operativo proposto e gestito con gli strumenti partecipativi di cui all’articolo 55 del dlg 117/2017, entrando a pieno titolo nel “ruolo pubblico” e avvalendosi appieno del “privilegio” di essere ETS?
Il tema delle liste d’attesa, antico nel dibattito pubblico, attiene non a una mera disfunzione del sistema sanitario, ma alla negazione del principio universalistico su cui si regge il diritto alla salute costituzionalmente garantito. In sintesi: se ci sono cittadini che non accedono alle cure vuol dire che il diritto alla salute non è garantito alla universalità degli stessi! Detto diversamente: in presenza di liste d’attesa l’uguaglianza in termini di possibilità di accesso al sistema sanitario pubblico (e sostanzialmente gratuito) non è garantito a tutti e, in particolare, a chi non ha soluzioni alternative per ragioni di reddito.
La consistenza del problema che attiene non alla mera disfunzione di un servizio pubblico ma alla violazione dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale, come sopra sinteticamente richiamati, vede offrire soluzioni o di natura pubblicistica (la riorganizzazione del modello organizzativo su cui di recente Regioni come la Puglia hanno avviato un percorso serrato) o in partenariato con il privato (acquistando prestazioni dallo stesso).
C’è però una terza via per provare a risolvere il problema: l’amministrazione condivisa!
Se la questione rientra (e mi pare fuor di dubbio) in una delle attività di interesse generale di cui all’art 5 del dlg 117/2017 su cui gli Enti di Terzo Settore possono attivare (senza attendere le Pubbliche amministrazioni) procedimenti amministrativi di cooprogrammazione (per definire bisogni e obiettivi di politica/servizio pubblico) e cooprogettazione (per definire precisi piani operativi per soddisfare quei bisogni), perché non consentire alle Regioni e alle Aziende Sanitarie Locali che versano in difficoltà sul versante delle liste d’attesa, di poter imboccare la strada che non è né pubblica e né privata, dell’amministrazione condivisa?
Pensiamo a istanze e modelli proposti dagli ETS che il dlg 117/2017 consente di attivare, che per definizione sono fuori dal perimetro speculativo delle attività economiche, che propongono ad esempio la gestione di ospedali di comunità o di case di comunità offrendo contestualmente un set di prestazioni diagnostiche e/o ambulatoriali nelle medesime strutture a cura dell’ETS “aggiudicatario” della cooprogettazione, nel solco degli approcci prestazionali low cost, rivolti sia ai cittadini sia all’azienda sanitaria che può acquistare prestazioni a prezzo calmierato (a costi reali) per smaltire le proprie liste d’attesa o “compensarle” con la concessione dei locali e dei servizi.
Si tratterebbe di un modo diverso di fare “soccorso” alla macchina pubblica, ampliando il concetto di mutualità e di spazio pubblico in funzione delle priorità inderogabili dei sistemi di salute locale, scegliendo la via non lucrativa, molto vicina a quella pubblica in senso stretto, con le caratteristiche di flessibilità di un privato che opera nella struttura pubblica (case/ospedali di comunità) aiutandola ad avere le risorse umane e organizzative per svolgere compiti pubblici altrimenti difficilmente realizzabili (data la conclamata carenza di personale). È pronta la macchina pubblica a imboccare questa strada? E il terzo settore dell’area socio-sanitaria è pronto ad assumersi la responsabilità di intestarsi un piano operativo proposto e gestito con gli strumenti partecipativi di cui all’articolo 55 del dlg 117/2017, entrando a pieno titolo nel “ruolo pubblico” e avvalendosi appieno del “privilegio” di essere ETS?
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