Il Made in Italy cambia pelle: chi traina oggi l’export italiano?
Alla fine degli anni Novanta Giacomo Becattini, l’economista dei distretti industriali, si chiedeva come “lo sviluppo e il successo del made in Italy si intrecciano col tessuto produttivo dei distretti industriali italiani”. A quasi trent’anni di distanza, quella domanda conserva tutta la sua attualità, ma va forse riformulata: quale rapporto esiste oggi tra il successo del Made in Italy, i territori e un export sempre più concentrato nelle grandi imprese e nelle multinazionali.
Lo scorso anno abbiamo esportato beni per oltre 640 miliardi di euro, con una crescita del 3,3% rispetto all’anno precedente e quest’anno si potrebbe arrivare anche a 670 miliardi.
Un risultato significativo, soprattutto se letto alla luce di un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche, dazi, restrizioni al commercio e forte incertezza. Il Made in Italy perciò continua a rappresentare uno dei motori dell’economia italiana. Ma dietro la tenuta dell’export si sta verificando una trasformazione che riguarda non soltanto ciò che vendiamo nel mondo, ma anche, e forse soprattutto, chi riesce a farlo.
Il tradizionale racconto del Made in Italy è infatti strettamente legato a un sistema produttivo diffuso, fatto di piccole e medie imprese, distretti e specializzazioni territoriali capaci di raggiungere i mercati di tutto il mondo. Quel modello continua ad avere un ruolo importante, ma i numeri mostrano come l’export italiano sia oggi molto più concentrato di quanto una tradizionale rappresentazione lasci immaginare.
Le imprese esportatrici sono poco più di 126 mila, ma soltanto 82 mila hanno venduto........
