Referendum, questo voto ha lo stesso peso del referendum 2016
Quest’anno la primavera è arrivata con due giorni di ritardo. Il 23 marzo una ventata di democrazia, partecipazione e amore per la Carta costituzionale ha posto definitivamente fine all’illusione di un governo in luna di miele perpetua con i cittadini.
La schiacciante vittoria del No, resa ancora più politicamente significativa dal ritorno al voto di tanti astenuti, ha rovinato i piani di una destra che ha voluto portare un attacco senza precedenti alla democrazia costituzionale.
Con l’archiviazione della riforma della magistratura, è evidente che si assesta un colpo anche a premierato, leggi elettorali palesemente incostituzionali e all’arroganza di un potere senza pudore. Le vicende Del Mastro e Bartolozzi, su questo ultimo punto, sono estremamente significative e non è un caso che le loro dimissioni siano state una conseguenza ineluttabile del voto. Lo stesso vale per la richiesta di dimissioni alla Santanchè proveniente da Giorgia Meloni (che, a questo punto, dovrebbe chiudere il cerchio, chiedendo le dimissioni anche a sé stessa).
L’elettorato è tornato a votare perché sapeva di poter contare e perché ha sentito suonare l'allarme democratico. La valanga di No si è rivolta contro una riforma sbagliata, ma anche contro autoritarismo, escalation di guerra, arroganza spregiudicata del potere e condizioni di vita sempre più insostenibili. Una valvola di sfogo che ha rotto la passivizzazione.
Giorgia Meloni, il suo governo e la sua maggioranza hanno politicizzato il referendum. È stata una campagna in cui l’attacco all’equilibrio dei poteri e la resa dei conti con una parte della magistratura sono stati condotti alla luce del sole.
Come ha rilevato l’Istituto Cattaneo, questa battaglia ha richiamato al voto anche un elettorato di area progressista che solo il Movimento 5 stelle è stato capace di portare alle urne in altre occasioni.
Protagonisti assoluti sono i giovani e giovanissimi, stupidamente bollati come apatici, ma che invece hanno preso la scena, nonostante l'accanimento della destra per bloccare il diritto al voto dei fuorisede. È la generazione cresciuta politicamente con il genocidio di Gaza. Un elettorato sottovalutato, perché i cuori offesi dalle atrocità del nostro mondo sono difficilmente rilevabili da polymarket e dai borsini della democrazia.
Questo voto ha lo stesso peso del referendum 2016. La sconfitta di Renzi si inserì in una scia di eventi di portata storica, come la Brexit e la prima vittoria di Trump.
La vittoria del No contesta pesantemente il governo, ma compromette anche l’egemonia di una destra internazionale che ha fatto dell’accentramento del potere senza precedenti, della disintermediazione, della repressione sociale e delle politiche di guerra, i suoi tratti caratterizzanti.
Questo risultato parla molto anche all’opposizione. Il nostro Paese ha superato positivamente un esame di salute: gli anticorpi democratici in difesa della Costituzione reggono e sono in grado di regalare sorprese. La mobilitazione e il sentimento di difesa della Carta sono andati molto oltre le organizzazioni politiche. Ma oggi è proprio quella società civile - specialmente del mondo intellettuale, dell’accademia e dei saperi – che chiede di fare tesoro della straordinaria vittoria. Che, in altre parole, significa dare una sponda politica a questi anticorpi.
È probabile che molto dell’elettorato del No non sappia bene cosa significhi la formula “campo largo” e non vi si identifichi, ma probabilmente comprende l’urgenza e la carica propulsiva di un’alleanza e una convergenza programmatica per la Costituzione.
Lo comprende per due motivi: 1) è evidente che i valori di fondo della Carta non sono una cornica condivisa per tutto l’arco parlamentare; 2) nella nostra società vive un’adesione ai principi della Costituzione, che assume la forma della difesa dalle “deforme” che ciclicamente cercano di scardinarla. Si tratta di un’alleanza programmatica che si proponga di smontare subito le peggiori riforme della destra e di portare il Paese fuori dall’economia e dalle politiche di guerra, in cui è impantanato da troppi anni.
Un fronte vasto non in modo politicistico e per le sigle che lo compongono, ma per i ceti e i settori sociali che hanno interesse a liberarsi dalla coperta corta della stagnazione: dal lavoro all’impresa, passando per le marginalità sociali di cui pullula, oramai, la nostra società.
Va detto che la responsabilità decisiva per la riuscita di questa operazione è in capo al Movimento 5 stelle. Come già ricordato, si tratta dell’unica forza capace concretamente di intercettare un sentimento popolare, esigente, radicale e democratico che è vivo nel Paese. In questa ottica andrebbe letta la disponibilità di Giuseppe Conte a correre per la guida del governo, in un’area politica dai contorni definiti dalla discontinuità completa con le politiche del governo Meloni e con la credibilità di un’esperienza di governo alle spalle che ha messo al centro i bisogni collettivi. Del resto, è stato ed è tuttora palesemente il governo Conte l’antagonista permanente delle uscite di Giorgia Meloni.
Le agorà programmatiche lanciate da Conte possono essere un pezzo di questo itinerario, se avranno questa “ossessione” all’apertura e al rigore di una linea politica che si è consolidata e tiene unito l’M5S.
Marciare divisi per colpire uniti ha funzionato, perché è pienamente coerente con lo spirito di una consultazione referendaria. Ora si tratta di coniugare unità nella diversità, unità e autonomia.
È iniziata un'altra stagione. Hanno provato a strappare via tutti i fiori di speranza, ma la primavera è arrivata lo stesso.
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