L’esclusione delle atlete trans dalle Olimpiadi è un errore storico che ci riporta al 1896
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nella decisione di escludere le atlete transgender dalle competizioni olimpiche. E non riguarda solo lo sport.
Riguarda l’idea stessa di società che vogliamo costruire. Perché quando si decide che una categoria di persone può essere esclusa “per principio”, senza affrontare la complessità ma scegliendo la scorciatoia del divieto, si compie sempre un passo indietro. E la storia, su questo, è molto chiara. Le Olimpiadi moderne nascono nel 1896 come uno spazio esclusivamente maschile. Le donne non erano considerate adatte, non erano ritenute “compatibili” con lo sport. Ci sono voluti anni di battaglie per scardinare quella visione. Solo nel 1900 le donne entrano finalmente nelle competizioni.
Oggi, davanti all’esclusione delle atlete transgender, la domanda è inevitabile: stiamo assistendo allo stesso meccanismo? Stiamo di nuovo decidendo chi può partecipare e chi no sulla base di pregiudizi travestiti da neutralità? Le donne trans sono donne. Lo sono per molti ordinamenti giuridici, tra cui quello italiano. Mettere questo in discussione nello sport significa aprire una frattura pericolosa che può estendersi ben oltre le competizioni. Perché il messaggio è chiaro: ci sono persone che possono essere escluse.
Oggi nello sport. Domani nel lavoro. Dopodomani nella vita sociale. È così che iniziano tutte le discriminazioni: con una “eccezione”, con una “deroga”, con una decisione che sembra circoscritta e che invece costruisce un precedente. E poi c’è un altro elemento che rende questa scelta ancora più grave: si colpisce una minoranza già esposta a livelli altissimi di discriminazione, violenza e marginalizzazione. Non è una decisione neutra. È una decisione che pesa, e pesa sempre sugli stessi corpi. Si dirà che il tema è complesso. Ed è vero. Ma proprio per questo la risposta non può essere l’esclusione. La complessità si governa, non si cancella.
Servono regole, confronto scientifico, soluzioni equilibrate. Non divieti generalizzati che cancellano diritti e possibilità. Perché qui non si sta regolando una competizione. Si sta dicendo ad una comunità di persone che non c’è spazio per loro. E questo è inaccettabile. Per questo è necessario che le organizzazioni LGBTQIA+ a livello internazionale reagiscano, impugnino questa decisione e aprano un confronto serio, fondato sui diritti e non sulle paure, e su questo ci batteremo come Partito Gay LGBT+.
Lo sport è sempre stato un campo di conquista dei diritti, non il luogo in cui arretrano. Se oggi accettiamo l’esclusione delle persone trans e transgender, stiamo accettando un’idea di società più chiusa, più ingiusta, più fragile. La verità è semplice, anche se qualcuno prova a complicarla: lo sport deve includere.
E includere non è una concessione, è un principio!
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