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Al referendum sulla giustizia il No come voto democratico e femminista

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20.03.2026

Giorgia Meloni ha affermato che chi voterà No al referendum sulla giustizia farebbe un favore a “stupratori e criminali”. Una dichiarazione forte, usata come leva emotiva per spingere a votare Sì. Ma davanti a queste parole, occorre guardare i fatti, e non la propaganda.

Perché proprio il governo che oggi strumentalizza la paura e la violenza di genere ha approvato, o sostenuto in passato, provvedimenti come il cosiddetto DDL Bongiorno, criticato da esperti e operatori del diritto per le sue gravi criticità sul piano delle garanzie e dei diritti fondamentali eliminando il riferimento normativo esplicito al consenso per la definizione dei reati di violenza sessuale. A punto che contro il provvedimento migliaia di donne sono scese di nuovo in piazza nelle settimane scorse per la manifestazione nazionale “Senza consenso è stupro”, indetta a Roma dai centri antiviolenza.

È evidente: chi invoca la tutela delle vittime come argomento per il Sì oggi, in passato ha promosso riforme che avrebbero indebolito l’autonomia della magistratura e la capacità dello Stato di proteggere chi è vulnerabile, come appunto le donne vittime di violenza.

Una riforma-bavaglio - La riforma della giustizia oggetto del referendum, presentata come “separazione delle carriere”, non si limita a questo. Modifica l’architettura complessiva del sistema giudiziario, stravolge il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura, frammenta il potere disciplinare e riduce l’indipendenza dei Pubblici Ministeri, visto che prevede, tra le altre cose, di trasferire la dipendenza della Polizia Giudiziaria dai PM al Ministero dell’Interno. Questo significa che le inchieste giudiziarie saranno condizionate dagli input del governo, che potrà così influire sulle scelte del potere giudiziario su cosa indagare e cosa no.

Risultato: una magistratura più fragile e più esposta alle pressioni politiche. E quando l’autonomia della giustizia viene indebolita, chi paga il prezzo maggiore sono le persone più vulnerabili, in primis le donne vittime di violenza, discriminazioni e abusi.

Perché le donne hanno tutto da perdere - L’assetto della giustizia determina chi viene protetto e chi no. Separare le carriere e subordinare i pubblici ministeri a logiche più politiche rischia di allontanarli dalla cultura della giurisdizione necessaria a comprendere fenomeni complessi come la violenza maschile sulle donne.

Oggi l’unità tra giudici e pubblici ministeri favorisce la formazione condivisa, la comprensione dei cicli di violenza e la tutela concreta dei diritti delle persone più vulnerabili. Spezzare questo circuito significa mettere in pericolo l’accesso alla giustizia e la protezione effettiva dei diritti femminili.

Una riforma sbagliata nel metodo e nel merito - Non solo il contenuto della riforma è problematico, ma anche il percorso seguito. Il testo è stato approvato senza reale confronto tra maggioranza e opposizione, violando lo spirito dell’articolo 138 della Costituzione. Questo approccio mostra una concezione del potere che ignora limiti e contrappesi, principi centrali della democrazia costituzionale.

Il No: una scelta democratica e femminista - Votare No significa difendere: la Costituzione nata dalle madri e dai padri costituenti, l’equilibrio tra i poteri fondamentali dello Stato; la libertà e l’autodeterminazione delle donne.

Significa inoltre rifiutare una riforma che indebolisce l’autonomia della magistratura, esponendo le vittime a rischi concreti. Significa affermare che la tutela dei diritti non può essere subordinata alle campagne elettorali o agli slogan. Di fronte a dichiarazioni come quelle della premier Meloni, che trasformano un voto complesso in uno strumento di paura, la risposta è chiara: votare No.

È una scelta di responsabilità democratica, una scelta femminista, e soprattutto una scelta per difendere i diritti di tutte e tutti.

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