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L’Italia con la cataratta

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03.07.2026

In questi giorni, parlando di città che fanno stare bene in occasione della Giornata per la Salute e il Benessere nelle Citta, mi è sembrato evidente che il tema fosse molto serio e ancora più grande delle città. Certo, le città sono oggi uno dei luoghi decisivi in cui si costruisce, o si consuma, la salute delle persone. Una città non è soltanto un insieme di strade, edifici, servizi, traffico e verde pubblico. È un ambiente di vita. Può facilitare o rendere difficile camminare, incontrarsi, accedere ai servizi, sentirsi sicuri, sostare, partecipare. Può aumentare stress e isolamento oppure produrre relazioni, movimento, fiducia, prossimità. Una città organizzata male consuma risorse psicofisiche. Una città ben organizzata le produce. Ma questa riflessione urbana apre una questione più ampia. Perché ciò che vale per la città vale anche per la scuola, il lavoro, il welfare, l’ambiente, la sanità, la mobilità, la vita delle comunità. La salute non nasce soltanto negli ospedali e negli ambulatori: nasce nei luoghi in cui viviamo, nei tempi che abbiamo, nelle relazioni che riusciamo a mantenere, nelle opportunità che troviamo, nelle condizioni che ci permettono di funzionare come persone. Eppure l’Italia continua troppo spesso a ragionare per compartimenti separati. La salute da una parte, l’ambiente da un’altra, la scuola altrove, il lavoro ancora altrove, le città come questione urbanistica, il benessere psicologico come problema individuale o sanitario. Ma la vita reale non è organizzata per ministeri, assessorati o capitoli di bilancio. La vita reale è integrata. Lo vediamo ogni giorno, anche nelle piccole cose. Si rifà una strada e dopo poche settimane la si rompe di nuovo per far passare cavi, tubazioni o fibra ottica. Si interviene su una scuola senza pensare ai trasporti, agli spazi di socialità, alla sicurezza dei percorsi, al rapporto con il quartiere. Si costruiscono quartieri senza luoghi di incontro e poi ci si stupisce della solitudine. Si parla di stili di vita sani, ma si progettano ambienti che scoraggiano il movimento. Si investe sulla cura quando il disagio è già esploso, ma si fatica a investire sulle condizioni che........

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